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venerdì 8 dicembre 2017

Il termine "immacolata" riferito alla Madre di Dio

È sempre bene osservare le motivazioni di chi si oppone alla fede tradizionale non per scendere sullo stesso terreno degli oppositori (sarebbe un errore!) ma per capire la radice di tali motivazioni. Sostanzialmente tale radice ha un nome greco: apistìa, ossia un atteggiamento naturalmente agnostico.

Tale apistìa è divenuta il presupposto di molti biblisti odierni ed è con tale presupposto che essi commentano la Bibbia e le principali feste liturgiche cristiane. Essi, a loro volta, influenzano le predicazioni nelle chiese cattoliche.

Dovrebbe essere noto a tutti che il termine "immacolata" (ἄσπιληè identico sia nell'uso liturgico occidentale che orientale e si associa alla Madre di Dio anche se le due parti della Cristianità non lo spiegano nel medesimo modo a causa dell'antropologia agostiniana che pone accenti differenti rispetto a quella patristico-greca (*)

Se la spiegazione non è la stessa, il presupposto è comunque il medesimo: il peccato originale o la condizione che rovina l'umanità (e l'intero mondo) partita dalla disobbedienza adamitica. Che si creda o meno alla storicità di tale evento primordiale, dovrebbe essere evidente a tutti che ne viviamo ogni giorno le conseguenze che si concretizzano nell'azione delle passioni umane malvagie, nella decadenza, nella malattia e nella morte, realtà non volute da Dio ma introdotte nel creato come sfregio alla creazione stessa.

L' "immacolata" è sostanzialmente la sottrazione di una creatura dallo sfregio di tale situazione decadente, nonostante essa sia stata ugualmente soggetta alla morte come tutti noi ma, a differenza nostra, successivamente assunta in Cielo con Cristo. Questa è la fede antica in cui una sua parte si connette inevitabilmente con un'altra al punto che o tutto sta in piedi o tutto cade. 

Non così nella vulgata di diversi biblisti attuali i quali si pongono in modo totalmente diverso. Si veda solo a titolo di esempio cosa riporta Franco Barbero nel suo blog da me già citato a proposito dell' "immacolata concezione" della Madre di Dio. 
Egli, a differenza di molti, ha il coraggio di dichiarare apertamente le sue posizioni ma, non dimentichiamolo!, è ampiamente e silenziosamente condiviso nel cosiddetto Cattolicesimo  progressista. 

In queste posizioni si nota di fatto la negazione della decadenza e della morte come eventi non voluti da Dio e che sfregiano la natura creata. Di conseguenza, tali realtà sono naturali, ossia volute originalmente da Dio nella natura stessa. 
Ne segue che, allora, la stessa redenzione effettuata da Cristo, com'è tradizionalmente spiegata, non ha alcun senso (**). Essa, annullando gli effetti del peccato originale nell'umanità e nella creazione, si è resa visibile nella resurrezione di Cristo come "primizia di coloro che muoiono in Cristo" (cfr. 1 Cor 15, 20 ss.). L'umanità continua a patire le conseguenze del peccato primordiale e continua a morire ma trova in Cristo la speranza e la conferma in cui tutto questo sarà annullato. Il battesimo è l'immersione dell'individuo nel mistero della morte-risurrezione di Cristo in modo che, in lui, tale mistero possa agire al momento opportuno e, nel momento presente, possa contribuire a combattere efficacemente le passioni negative con la collaborazione umana. 

Partendo da un elemento attribuito alla Madre di Dio (l'essere immacolata) si giunge per logica conseguenza all'affermazione o alla negazione della base stessa su cui si appoggia il Cristianesimo.  
Ma vediamo cosa riporta Franco Barbero:

«... Questo umoristico dogma è una bestemmia anche perché non esiste nessun peccato originale, nessuna colpa originale, che segni la nostra vita dal suo primo giorno. Semmai nasciamo nella condizione umana in cui crescendo ogni giorno dovremo scegliere tra il bene e il male: ecco il senso del mito di Genesi.Il gesuita Andrés Torres Queiruga riferendosi al Catechismo della Chiesa cattolica osserva: ″Nel trattare le origini della razza umana… viene riconosciuta la natura simbolica/allegorica dei racconti della Genesi, ma nello stesso tempo si afferma che il racconto di Genesi 3 'espone un evento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo' (n° 390). È come se più di un secolo di dibattito attorno alla natura mitologica di questi racconti non avesse mai avuto luogo″. (Quale futuro per la fede, Ldc, Torino 2013, p. 43). Coerentemente egli conclude: "Una volta riconosciuto il carattere mitico-simbolico del racconto della Genesi, non ha senso cercare un'azione storica come causa della situazione attuale, attribuendole, per esempio, l'ingresso delle malattie o del male nel mondo" (Ibid., p. 44).
Va da sé che il dogma del peccato originale, come quello dell'immacolata concezione, non sono parte della fede cristiana e non hanno fondamento biblicoMi spiace per Maria, la mamma di Gesù. Il suo cammino di donna credente è per me una grande testimonianza: essere la madre di un ″profeta crocifisso″ non fu facile. Solo la sua profonda fiducia in Dio le permise di arrivare al cenacolo con gli apostoli e le apostole). Coprirla di dogmi significa seppellire la sua fede sotto il manto del privilegio».

Le posizioni di Barbero sono tutt'altro che isolate! Dovrebbe dunque essere chiaro a tutti che qui ci troviamo dinnanzi ad un Cristianesimo "decristianizzato" (o demitizzato, come questi autori amano dire), il quale ha in gran parte invaso le strutture della Chiesa cattolica e sta creando una nuova religione in cui Cristo non è più un uomo-Dio ma un "profeta crocefisso". Tale "nuova Chiesa cattolica", che progredisce a vista d'occhio mentre i vescovi cattolici dormono, sta pure architettando un modo per unire a sé le altre confessioni cristiane in un'unione veramente dissacratoria ed empia, come avrebbe qualificato ogni antico Padre o autorità ecclesiale. Questo è bene considerarlo sempre più e, dinnanzi a ciò, hanno poca importanza i "buoni sentimenti" e i "vantaggi umani" di chi vuole a tutti i costi, per forza e convenzionalmente un'unità senza Cristo. Il Cristo di costoro, infatti, non è il Cristo della tradizione biblica ed ecclesiale (anche se essi si autoproclamano come i migliori biblisti!) e, di conseguenza, la chiesa che costoro stanno infiltrando con successo nel Cattolicesimo non è affatto una Chiesa cristiana ma una specie di "setta umanistica e razionalisticamente illuminata". Il Cattolicesimo di ieri (quello che, agli occhi di un ortodosso, credeva comunque a qualcosa) è, infatti, in grandissima parte già morto. 

_________

(*) Per Agostino d'Ippona, il peccato dei Progenitori si eredita nei discendenti attraverso il rapporto sessuale. Cristo, non essendo nato come ogni uomo ma per opera dello Spirito Santo ne è dunque esente. La Madre di Dio, essendo predestinata a partorirLo, era stata concepita senza peccato originale. In questa spiegazione ci sono due elementi-chiave: la trasmissione del peccato originale e la predestinazione della Vergine Maria.
Nella spiegazione patristica greca, invece, pur parlando di un peccato primordiale, origine di tutti i mali presenti, si sottolinea che tale peccato è responsabilità unica di chi lo ha commesso, essendo legato ad un'azione personale e, in questo, non ereditabile. Ciò che i discendenti ereditano è, invece, il caos da esso determinato e con cui devono fare i conti. La Vergine Maria nasce nella condizione di questo caos come tutti ma, al momento del suo libero acconsentimento a divenire Madre di Dio, viene purificata dallo Spirito Santo e resa "immacolata". Notiamo in questa seconda spiegazione l'assenza della predestinazione e il legame del peccato unicamente con chi lo ha commesso. 
Entrambe le spiegazioni, pur mosse da presupposti differenti, giungono alla conclusione che la Madre di Dio è "immacolata", ossia esente dalle negatività umane, per poter essere un degno talamo per l'umanità di Cristo. Tutto ciò è visto come mitico dai biblisti razionalisti odierni.


(**) Ho presente la spiegazione che veniva data fino a cinquant'anni fa nel Cattolicesimo e che deriva, sostanzialmente da Anselmo d'Aosta: disobbedienza-peccato-offesa di Dio-punizione-riparazione dell'offesa fatta da Cristo-redenzione.
Prima di Anselmo, la redenzione viene spiegata dai Padri senza usare le categorie giuridiche di "offesa-riparazione" e si basa sulla seguente sequenza: disobbedienza-peccato-introduzione del caos e della morte-avvento di Cristo come restauratore dell'ordine primordiale-redenzione.
Questa seconda sequenza è quella a cui faccio riferimento e che chiamo "spiegazione tradizionale". La base di partenza in entrambe le spiegazioni, è sempre una precedente realtà ordinata in seguito alterata e sconvolta da un evento che la Bibbia chiama "peccato". È questa base di partenza che, di fatto, oggi viene negata e conseguentemente ciò comporta pure la perdita d'identità del peccato stesso. Forse anche questo spiega la verticale caduta di moralità tra il clero e i laici in molti ambiti cristiani e la giustificazione di condotte, fino a non molto tempo fa, condannate. 

domenica 3 dicembre 2017

Cosa ci insegna (simbolicamente) l'architettura della chiesa?

"Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno" (Lc 19, 40

L'architettura classica di una chiesa ha dei valori simbolici esaminati già nella Mistagogia di san Massimo il Confessore (VII sec.). Non ripercorrerò questo trattato che lascio alla lettura dei più volenterosi. In questa sede, ispirato anche da tale opera, mi limito a fare qualche considerazione che c’interesserà particolarmente, dati gli strani attuali tempi.

L’architettura classica di una chiesa (bizantina, romanica o di altro stile) è realizzata in un certo modo per rispondere a criteri pratici ma non solo.

Un elemento importante nelle architetture antiche è l’orientamento ma, pure, il modo di disporre le finestre, i lucernari, le cupole. Dalle finestre di una cupola (pensiamo all’esempio classico di quella di santa Sofia a Costantinopoli) piove la luce all’interno dell’edificio.

In un tempo in cui non esisteva l’illuminazione elettrica, era importante che l’interno di un edificio sfruttasse meglio possibile la luce solare. Nel caso della chiesa di santa Sofia, la luce solare fa un vero e proprio “concerto” di raggi e, piovendo dall’alto, illumina determinati punti nell’edificio sacro. Evidentemente in tale edificio non tutto è cupola, i suoi lucernari non sono tutto quello che ha. Eppure essi assolvono un compito importante, al punto che anche gli angoli più umili e reconditi ne possono usufruire.

Il significato simbolico di tutto ciò è presto detto.

Non tutti i cristiani riescono ad essere a diretto contatto con il Cielo, non tutti riescono ad avere il cuore così trasparente a Dio come il vetro di una finestra. Il “beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5, 8) è sperimentato sempre da molto pochi, purtroppo! L’importante, però, è che alcuni tra molti possano assolvere questo compito. Tradizionalmente costoro sono sempre stati i monaci che, quindi, sono rappresentati, nell’edificio ecclesiastico, dalle finestre di una cupola. Perciò anticamente il monachesimo era considerato da tutti fondamentale, poiché, nell’ascetismo trasfigurato dalla grazia, il monaco attingeva più luce possibile per diffonderla attorno a sé e tale diffusione riguardava anche la parte più umile della Chiesa.

In queste condizioni, succede come in un edificio ecclesiastico: la mattonella del pavimento, quella posta nell’angolo più nascosto e che nessuno nota, quella che pare non serva a nulla a contatto com’è con la terra, è illuminata dalla luce delle finestre della cupola. E se la luce nobilita un oggetto così umile, quanto più lo fa con quelli più importanti: l’ambone, il pulpito preziosamente adornato, l’altare, ossia il luogo più sacro della chiesa!

Ma se, ad un tratto, si pensa che le finestre non servono e le si oscura totalmente o parzialmente, succede come nel Cattolicesimo dove i monasteri sono stati “riformati e aggiornati” secolaristicamente, o com’è successo nel Protestantesimo dove i monasteri sono stati soppressi perché ritenuti “dannosi” e “inutili”.
Che può succedere in queste situazioni? Lo vediamo chiaramente con l’esempio dell’edificio ecclesiastico: se ne oscuriamo le finestre e non abbiamo alcun’altra illuminazione, il suo interno rimarrà buio.

Se, poi, tutto ad un tratto qualcuno pensa che le finestre debbano essere poste sul pavimento in modo che le persone ci camminino su, che succederà? Oltre ad avere una chiesa buia, dove neppure gli oggetti più belli possono essere notati, tali finestre saranno solo d’inciampo, diverranno oggetti davvero inutili.

In una Chiesa i monaci sono le finestre, non sono la luce ma, nel loro quotidiano sacrificarsi, operano in modo da farsi attraversare da essa, da farsene trasformare perché tale luce possa toccare e nobilitare tutti, anche i più umili e lontani.

Come le finestre stanno in alto, così essi stanno lontano da tutti, praticando il Vangelo rigorosamente e fuggendo dal mondo. Se ne capisce la necessità quando si pensa che una finestra è invasa dalla luce solo quando è posta in alto, verso il cielo. È solo questo tipo di vita che guida davvero la Chiesa ed è quanto forma l’aspetto “carismatico” della Chiesa stessa.
Le colonne che reggono l’edificio rimandano ai vescovi o al clero in genere e sono l’aspetto “istituzionale” della Chiesa. Essi, permettendo ai monaci di vivere in una condizione più elevata, traggono il beneficio della loro fatica.

Che beneficio trarrebbero se, tutto ad un tratto, alterassero il monachesimo come chi oscura le finestre di una chiesa o le costruisce sul pavimento? Le colonne, ossia i vescovi, continuerebbero a reggere l’edificio, certo!, ma in quale stato, visto che il suo interno sarà avvolto dalla più nera oscurità?
La predicazione clericale senza la vita carismatica non ha alcuna incidenza, anzi può essere controproducente.

Per questo non ci si deve illudere: la moralità non è l’unica condizione per far funzionare una Chiesa e non è neppure la più importante. L’applicazione morale è paragonabile ad una chiesa il cui interno è pulito e ordinato. Ma una Chiesa può essere nel buio sia con la morale sia senza di essa e in entrambi i casi può avere un clero che l’amministra efficacemente. Sarà come avere un edificio privo di finestre e con ottime colonne che lo reggono saldamente. Se è al buio, finisce per essere relativo il suo ordine o disordine interno. Solo la luce che piove dall’alto può efficacemente dare un senso all’ordine e rivelare il danno del disordine, non una semplice predicazione di alcuni, per quanto sia utile anche questa. La Chiesa è prima di tutto e sempre una questione di grazia, ossia di vita, di luce.

Ecco perché è profondamente misero pensare che per la Chiesa possa essere sufficiente il suo solo aspetto istituzionale e che l’aspetto carismatico sia, nella migliore ipotesi, un “di più opzionale”, un donum superadditum, per dirla con l’espressione teologica di Tommaso d’Aquino. È pericoloso credere di poter fare a meno dell’aspetto carismatico ritenendo che, tanto, tutto va comunque avanti, visto che l’unica cosa importante è essere morali per “acquistarsi” il Paradiso!

È ancora più misero, addirittura blasfemo, ritenere, come oggi si tende a fare pure nel Cattolicesimo, che Dio ci salva comunque, indipendentemente dal nostro pentimento e dai nostri criteri morali tradizionali, perché siamo in una condizione tale da non migliorare e perciò siamo giustificati da Dio ...

È come pensare che in un edificio ecclesiastico (privo di luce elettrica) le finestre siano opzionali o, essendo troppo lontane dal pavimento, siano perfettamente inutili e non possano dire nulla al pavimento stesso. Tale pensiero si giustifica solo nel caso in cui dalle finestre che sono ancora in alto non scenda più luce da tempo (ossia la cosiddetta grazia non ci sia o non funzioni più nella Chiesa il che, con certi presupposti, succede di certo!).

Se il carisma non è più praticato e riconosciuto come importante, anche il monaco (o il religioso) si adatterà a quest’incredibile mentalità e, nel migliore dei casi, farà assistenzialismo perché penserà che pregare significa fare l’animatore sociale, l’infermiere o lo psicologo. Ma così egli è esattamente come la finestra costruita sul pavimento: qualcosa di curioso, stravagante se vogliamo, ma perfettamente inutile all’edificio. Per giunta sarà d’inciampo a quanti vogliono veramente camminare dentro la Chiesa.

Nessuno nega che in casi di autentica necessità anche un eremita debba abbandonare la sua cella per sovvenire le persone (d’altronde in caso di guerra o di calamità pure le tovaglie di un altare latino diventavano fasce per le ferite dei malati). Ma queste sono situazioni eccezionali che tali devono rimanere, altrimenti la cosiddetta “finestra” perde completamente il suo ruolo essenziale.

E, stando così, alla povera mattonella umile e nascosta del pavimento, sarà tolta l’unica cosa che la impreziosiva e scaldava: la luce. Il sacro altare e l’ambone riccamente adornato, poi, non si distingueranno più da ogni altra cosa, immersi come saranno nel buio. Così, come per una mente assolutamente mediocre, tutto diverrà uguale a tutto e lo stesso buio sarà chiamato luce a seconda delle circostanze.
Chiunque ora può capire che la confusione nella Chiesa è data da una mancanza di luce, ossia da una mancanza di grazia, non perché mancano i Vangeli o non li si commentano adeguatamente!

“Ma abbiamo i vescovi, il magistero dei papi che ci spiegano la verità, le encicliche dei patriarchi”, dicono alcuni. Ecco, è come dire: “Abbiamo comunque le colonne in questa chiesa e la reggono efficacemente”.

Sì, le colonne ci sono e magari sostengono l’edificio a dovere ma in qual stato è tale edificio? Il suo interno è immerso nell’oscurità e non è possibile camminarvi perché s’inciampa e si fa danni ovunque!

Infatti, le parole non servono a nulla se non c’è una vita che le illumina dal di dentro e una Chiesa non serve a nulla e, nel caso migliore, in nulla si distingue da una accademia, se non ci sono in essa dei monaci e dei mistici asceti che praticano la loro vocazione.

Riprendiamo a costruire le finestre in alto, più in alto possibile perché sia tornato a dare il primato al “carismatico” sull’ “istituzionale” laddove quest’ordine è stato secolarmente capovolto.

La mattonella del pavimento non può essere finestra e neppure la colonna lo può essere ma qualcuno lo può forse divenire.

Il monachesimo santo è l’unico vero magistero che ci manca perché senza la luce del Sole in una Chiesa ci si riempie solo di parole, di suoni! Lo stesso Vangelo senza una vita illuminata non solo non serve più ma diviene pretesto per irridere il Cristianesimo come di fatto sta succedendo ...

Qualcuno obbietterà: “Ma nella storia ci sono stati papi e vescovi santi, veramente carismatici. Un esempio: papa Gregorio Magno. Quindi il papato stesso è un carisma!”.

Attenzione: il carisma da essi avuto derivava da una pratica ascetica alla quale si erano lungamente preparati in precedenza. Essi erano dei monaci (Gregorio lo era stato) solo successivamente divenuti vescovi. Cambiarono la loro funzione, da “finestra” a “colonna” (per usare l’esempio sopra utilizzato) ma con il vantaggio di aver conosciuto la luce per esserne stati attraversati, non soltanto esteriormente toccati. Poi, nel caso di Gregorio, il fatto di essere “colonna” era un peso, non un onore, perché lo distoglieva continuamente dall’amata preghiera che prima faceva senza essere continuamente interrotto. Il papato, per Gregorio, era un peso e una responsabilità, non un “carisma” perché comportava il dovere di confermare nella fede i propri fratelli e ciò non si può fare con semplici parole ma con una santa vita!

Nella prospettiva di questi santi, è cieco o folle chiunque non lotta nell’ascesi ritenendo sufficiente amministrare la Chiesa con il Diritto Canonico e formarsi con uno studio intellettuale.

D’altronde, oggi chi vuole essere “considerato” nel Cattolicesimo gerarchico è instradato nello studio del Diritto Canonico stesso, non nella pratica della spiritualità o in un’autentica esperienza monastica!

So di qualche buon sacerdote cattolico, che voleva ritirarsi in preghiera per qualche tempo in un Santuario, e poi seppe d’essere stato ampiamente deriso dai suoi confratelli. Inoltre, se devo credere a quanto mi hanno riportato, so qualcosa di più grave: qualche tempo fa un cardinale affermava che, non portando soldi in Vaticano, i monasteri erano per la Chiesa cattolica perfettamente inutili!

I santi e i mistici, che passano attraverso la prassi ascetica custodita nella tradizione monastica e nella memoria ecclesiale, non sono medaglie al petto dei vescovi che se ne servono per la loro gloria individuale, per mostrare la “loro” singolare ragione e chiederne obbedienza. Le reliquie di questi santi non servono per far mercato organizzando feste formali con buoni sentimenti. Non sarebbe più vero culto ma feticismo dove non si giunge all'essenziale.
E l'essenziale è che i santi asceti sono i luminari della Chiesa perché hanno permesso alla Luce di attraversarli per illuminare ogni cosa grazie a cui tutto si può distinguere.

Oggi certi tradizionalisti cattolici mostrano un’incredibile ingenuità meravigliandosi davanti alla rapida secolarizzazione del Cattolicesimo. Ovviamente, credendosi i custodi di un buon ordine antico (che in realtà è solo quello dell’epoca moderna), danno la colpa al Concilio Vaticano II e con ciò pensano di aver risolto tutto. Le cose, invece, sono assai più complesse: è ovvio che spostando pian piano nei secoli il primato dal carismatico all’istituzionale il risultato non poteva che portare all’anemia del Cattolicesimo attuale e non è che, riportando l’orologio della storia agli anni ’50 del XIX secolo, si risolve tale crisi. Ci si pone solo nell’anticamera della situazione odierna lasciando perfettamente intatti tutti i presupposti per rigenerarla nuovamente.

Tutto si spiega in modo perfettamente logico, basta riuscire a vederlo: il carisma (quello vero!) non è una promessa divina che si applica magicamente, come se lo Spirito Santo automaticamente fosse assicurato a quel papa o a quel concilio, tant’è vero che i pronunciamenti gerarchici e conciliari erano anticamente lungamente vagliati da tutta la Chiesa.

Il carisma non è la prerogativa dei cosiddetti “movimenti carismatici”, nei quali pare emergere una specie di nevrosi collettiva che viene scambiata per dono dello Spirito Santo.
Il carisma è un’illuminazione interiore di grazia, che da una profonda conoscenza e coscienza della Chiesa. Per raggiungerla è necessaria una lotta, come si diceva anticamente, poiché solo “dando il sangue si avrà lo Spirito”. E anche ciò non è automatico perché avviene quando Dio vuole. Per questo Cristo usa espressioni forti al limite del paradossale quando dice: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10, 37). La perla preziosa non si da per nulla (cfr. Mt 13, 46) o per una magica e automatica promessa divina che ci s’illude di trovare nei Vangeli.

Questo vale per tutti nella Chiesa, qualsiasi ruolo si assuma in essa, perché siamo tutti uomini, dal primo dei chierici all’ultimo dei fedeli, e condividiamo tutti la medesima umanità. E l’umanità, per essere illuminata, chiede sacrificio (basti pensare alla fatica che si deve fare per pregare, a volte).

L’umanità non può essere illuminata dalla grazia (con la conseguenza della conoscenza che ne deriva) senza sacrificio perché lo stato umano è quello ereditato dalla disobbedienza adamitica, uno stato opacizzato, indebolito spiritualmente. È dunque necessario andare, in un certo senso, contro la propria natura, ossia “dare il sangue” per “avere lo Spirito”. Come in una palestra è necessario molto esercizio per allenare i muscoli, così per sensibilizzare l’interiorità sono necessarie molte preghiere e lunghe Liturgie. Chi pensa di ricevere da Dio sconti, come nella stagione dei saldi, abbreviando fino al ridicolo la Liturgia della Chiesa è solo stato ingannato. Sarebbe come chi pretende di vincere una gara senza essersi esercitato. A questo anticamente si ha sempre creduto.

Credere che la grazia (e la conoscenza che ne deriva) sia data automaticamente e per una promessa divina ad alcuni “privilegiati” nella Chiesa, è come essere davanti ad una superstizione. Da sempre si ritiene che la grazia sacramentale ha bisogno di una buona disposizione interiore per agire positivamente, il che dimostra che nella tradizione antica non c’è alcun spazio per concezioni magiche nella Chiesa!

Prescindere dallo sforzo umano è allora una superstizione, ma una superstizione furba, però, perché nella storia religiosa è stata impiegata sempre e solo per fini di potere unicamente istituzionale. Cos’era, infatti, la compravendita delle indulgenze? Nonostante oggi che non esistano più tali eccessi, in alcuni è rimasta questa pericolosa mentalità.

È allora chiaro e logico che, attraverso tale mentalità, qualsiasi cosa detta da un’autorità istituzionale nella Chiesa (papa, patriarca o metropolita) è senz’altro vera e bisogna obbedirvi immediatamente perché lo Spirito Santo è loro magicamente assicurato!

Dopo quanto detto, dovrebbe risultare evidente che tale mentalità magica ignora le dinamiche basilari della vita cristiana e il funzionamento tradizionale della Chiesa.

La Chiesa nel suo funzionamento armonioso e regolare è, invece, paragonabile ad un edificio con le sue colonne (i vescovi e il clero in genere) le sue finestre e lucernari (i mistici e i monaci) e il suo pavimento (i fedeli). Ognuno deve stare al suo giusto posto affinché tutto abbia la sua giusta collocazione e chi entra vi trovi ordine e armonia, ne possa progredire ed esserne positivamente trasformato.


© Traditio Liturgica

venerdì 1 dicembre 2017

Come leggere le divisioni nel Cristianesimo


Avevo poco meno di vent'anni quando mi riavvicinai alla pratica cristiana. Da allora è corso diverso tempo e ho cercato di capire sempre meglio il Cristianesimo. Ho capito che è illusorio pensare di averlo compreso con un manuale in mano o, semplicemente, con un catechismo per quanto autorevoli possano essere tali strumenti.

Prima di capire il Cristianesimo, ammesso che il mistero che lo anima lo si possa “capire” razionalmente, bisogna viverlo. E siccome non si è quasi mai in grado di viverlo pienamente la nostra comprensione sarà sempre limitata e soggetta a continui perfezionamenti.
Ciononostante, almeno per quanto riguarda le dinamiche principali che lo caratterizzano, si può cercare di tratteggiarne alcuni aspetti essenziali.

Il Cristianesimo si appoggia sulla figura di Gesù Cristo, come ci è tramandata nei Vangeli e com'è vissuta tradizionalmente nella Chiesa. Egli è prima di tutto una figura carismatica, ossia assolutamente spirituale, trascendente, nonostante si sia manifestato come un uomo. È perciò che la Chiesa vede il lui la manifestazione divina e Dio stesso.
Di conseguenza, il Cristianesimo originale, per quanto si esprima in termini umani, non può che essere ad immagine del suo fondatore, carismatico, assolutamente spirituale e trascendente.

Nella storia quest'identità è individuata nelle prime comunità cristiane, nonostante difficoltà, fraintendimenti e limiti palesi delle stesse. Quando il Cristianesimo entra nella corte imperiale, terminate le persecuzioni, il nascente movimento monastico ne eredita l'aspetto mistico, carismatico, spirituale, trascendente e profetico. I vescovi entrano nella corte dell'imperatore e, poco alla volta, si mondanizzano. Il monachesimo nasce per reazione a tale decadenza, pur di conservare l'essenza cristiana.
Tale essenza non è dunque stabilita da una semplice serie di doveri o cose da fare, da una forma da conservare ma da un'esperienza profonda di tipo spirituale da preservare (che costituisce pure il nucleo più profondo della traditio e della successione apostolica stessa). Se questa è oscurata o persa sono gli stessi cristiani che oscurano e perdono la loro vera identità.
Da allora si può dire che si evidenziano due poli all'interno della Chiesa: quello monastico e quello clericale. Si badi bene che queste realtà all'origine non sono in antagonismo o in opposizione ma collaborano assieme per il bene della Chiesa. Poi gli equilibri cambiano e bisogna fare particolare attenzione a tali poli perché la loro sorte lungo la storia inciderà, e non poco!, sull'identità ecclesiale.

Mentre il monachesimo, pur subendo i contraccolpi dei tempi, conserva un'identità carismatica e spirituale-profetica, il clero, per quanto d'istituzione neotestamentaria e finalizzato alla santificazione delle persone attraverso l'amministrazione dei sacramenti, finisce per adagiarsi lentamente allo spirito del mondo spingendo a fare altrettanto.

Così mentre il monachesimo rappresenta la parte più spirituale ed esigente della Chiesa, il clero, adattando la Rivelazione ai tempi, finisce, anche senza volerlo, per appannare le esigenze cristiane.

Detto ancora diversamente, tanto il monachesimo è contraddistinto dalla fuga mundi, per conservare l'integrità della Rivelazione, tanto il clero opera una adaptationem ad mundum, assume talora forme trionfalistiche e secolari finendo per incidere nel modus essendi della Chiesa.
Non è un caso che, da un certo periodo in poi, in Oriente si siano scelti i vescovi tra i monaci. Era infatti stato individuato il pericolo rappresentato da un clero tiepido e si è cercato di porvi un rimedio.
Il rimedio, purtroppo, non era destinato a durare: nell'XI secolo san Simeone il Nuovo Teologo parla già di una decadenza del clero e addirittura di una decadenza del monachesimo stesso.

L'Oriente era però destinato a conservare una forte tradizione monastica perché fu proprio nelle sue regioni che nacque il monachesimo egiziano, quello palestinese e, in seguito, quello atonita. I laici per cercare stimolo nella propria vita cristiana si recavano nei monasteri, allora come oggi, e non pochi tra loro terminavano i loro giorni nelle mura monastiche. È a partire anche da qui che si può dire che, tradizionalmente, nell'Oriente cristiano prevale l'identità monastica.

L'Occidente alto medioevale all'inizio è come l'Oriente al punto che l'abadessa Ildegarda di Bingen (XII sec.) è un riferimento per la gente umile ma, pure, per i re. Poi le cose cambiano: il monachesimo decade rapidamente e gli sforzi per riformarlo non impediscono accadimenti successivi di ben altra portata. 
Francesco di Assisi (XIII sec.) sente il comando divino di “restaurare la Chiesa” e pensa immediatamente di creare un movimento di fratelli laici (i frati) che vivono il monachesimo antico (è questa la prima vera identità francescana!), segno che la rivitalizzazione della Chiesa stessa era ancora ritenuta connessa ad una pratica di stampo monastico. Ma i tempi erano cambiati: morto lui, il movimento si divide e uno dei suoi rami perseguita il ramo più spirituale che si appella al Poverello di Assisi. Successivamente il francescanesimo diviene parte dell'istituzione operando attivamente nei tribunali inquisitoriali.

Il trionfo del papato in Occidente, nelle modalità tipiche del basso medioevo, è un segno, in realtà, del trionfo dell'aspetto clericale nel Cristianesimo su ogni altro aspetto. In questo modo, quando gli storici parlano di “Chiesa ortodossa” e “Chiesa cattolica” (termini nel primo millennio equivalenti), dovrebbero individuare nella prima il prevalere istituzionale delle istanze monastiche e, nella seconda, il prevalere delle istanze clericali, nonostante le oscillazioni determinate dalla storia stessa.

In Occidente il clero diviene un punto di riferimento nella Chiesa, per quanto vi siano pure religiosi e monaci ma oramai solo nello sfondo, perché finisce per incarnare l'istituzione ecclesiale nel suo insieme. Il Concilio di Trento accentuerà di molto quest'aspetto obbligando conventi e monasteri a ordinare il più possibile i propri aderenti. La reazione alla rivoluzione luterana farà in modo di accentuare a sua volta l'aspetto puramente istituzionale ecclesiastico e di vedere con sospetto l'aspetto carismatico e mistico che cercava di animare alcune realtà religiose.

In Oriente, nonostante la turcocrazia determini una certa decadenza, rimane forte il riferimento alle istanze carismatiche e spirituali al punto che nel XVIII secolo Nicodemo l'Aghiorita compone la Filocalia, una raccolta di scritti ascetico-spirituali che sarà un riferimento per i secoli successivi. Sono questi riferimenti che, in Oriente come nell'Occidente alto medioevale, stabiliscono il cosiddetto "magistero ecclesiale", espressione che poi nel Cattolicesimo sarà legata unicamente ai documenti ufficiali del papa e dei Concili. Tale svolta con la quale si indica una pronunciata istituzionalizzazione, è tutt'altro che chiara nel nostro contesto dove si proiettano situazioni e mentalità attuali in secoli nei quali esse non sussistevano.

All'inizio dell'era moderna, il nord Europa è scosso dalla rivoluzione luterana e finisce per creare qualcosa di totalmente diverso, presupposto per la cultura europea attuale. La Germania, in ciò, rappresenta un caso emblematico: l'aspetto clericale, o meglio clericalista, dopo aver prevalso nella Chiesa creando non poche distorsioni, in Germania implode miseramente ad opera di un chierico religioso, Martin Lutero. Su di lui sono state scritte molte valutazioni ma, forse, non è stata posta sufficiente attenzione al fatto che la creatura nata da Lutero è, in pratica, la logica conseguenza di uno squilibrio precedente. Come nella fisica le forze agiscono sempre a coppie, così in questa storia un eccesso precedente ha finito per determinare un eccesso identico ed opposto. Ma ci sono pure punti che testificano da quale pianta proveniva Lutero: anche lui, guarda caso!, è particolarmente scettico davanti alle istanze carismatiche e spirituali dei mistici.

Da allora sono avvenuti parecchi eventi ma le linee di fondo non sono molto cambiate. Tradizionalmente l'Oriente è rimasto d'identità monastica, nonostante tensioni e decadenze secolarizzanti. Oggi c'è il rischio non remoto che l'Oriente tenda a dimenticare questa sua identità, almeno in qualche patriarcato, sostituendola con un clericalismo di bassa lega che sta già dando i suoi più negativi frutti.

L'Occidente Cristiano mediterraneo vede il prevalere incontrastato del suo clero. Se fino a pochi decenni fa tale clero aveva una certa formazione spirituale nella quale si cercava, almeno formalmente, d'integrare in un certo senso l'aspetto monastico carente in Occidente, oggi questo non c'è più e il clero ha non di rado atteggiamenti secolaristici gratuitamente clericalisti e dispotici che finiscono per evacuare, nel Cattolicesimo, quel poco di tradizionale che ancora rimane.

L'Occidente Cristiano riformato nordeuropeo, superata la fase altomedioevale monastica e quella bassomedioevale clericale, si è costruito un'identità laica nella quale, però, è assente la componente trascendente e mistica, tipica del Cristianesimo antico e primitivo. Non a caso si è sbarazzato della vita monastica e religiosa! Esso rappresenta, per dir così, l'evoluzione “più matura” di un certo tipo di Cattolicesimo attuale al punto da attirare attenzione e stima di non pochi ambienti cattolici.

In definitiva, attorno al polo “monachesimo” e “clericalismo” possiamo identificare il travaglio plurisecolare dello stesso Cristianesimo, la sua evoluzione o involuzione. 
Laddove il Cristianesimo si formalizza, si raggela e si secolarizza è carente o assente la sua componente monastica e ciò determina nuovi equilibri e nuove identità ecclesiali.
Tale lettura, per quanto in questa sede necessariamente sintetica e rapida, mi pare molto più efficace e profonda rispetto a quella di chi, ancor oggi, preferisce spiegare la storia cristiana in termini manualistici puramente confessionali.


© Traditio Liturgica

lunedì 27 novembre 2017

Intervista "fuori dai denti"...




In questo post riporto la breve intervista rilasciata da un monaco russo-ortodosso sulla situazione religiosa in Russia. Apparentemente sembra che ci sia una forte rinascita religiosa e i numeri paiono confermarlo. Sostanzialmente le cose non sembrano così, almeno da quanto riferisce questo monaco. L'intervista mi ha colpito per il modo franco, quasi brutale, di descrivere la realtà per dire in sostanza che la grande resurrezione religiosa della Russia in fondo non è gran cosa: alla fine i veri credenti sono quelli che seguono Cristo sulla croce e sono sempre pochi e i capi del mondo fanno esclusivamente i loro interessi ovunque e chiunque siano. Riporto di seguito la traduzione dell'intervista stessa.

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In questi giorni, spesso ascoltiamo dichiarazioni specialmente dalla gerarchia clericale e da molti patrioti che citano i testi patristici su come la Russia risorgerà, che ci sarà il pentimento [1], che il fiorire della Russia negli ultimi 15 anni non è ancora l'ultimo. Sono interessato al suo parere personale al riguardo.

Gli idioti danno alla luce solo altri idioti. Una persona intelligente non può nascere da un idiota. C'è una quantità così piccola di persone sagge, una così piccola quantità di persone fedeli! La nostra maledizione dura già da quattro generazioni attraverso il sangue. Quando passerà? Chi porterà un cambiamento? Sono abbastanza dubbioso su questo. Non importa quanto lei senta sul pentimento, quante persone si recano nei luoghi sacri; essi non sono affatto risorti!

Pensa pure che la maledizione dell'omicidio dello zar sia ancora sul popolo russo?

Sì.

Padre, non pensa che l'attuale post perestroika sia come una ripetizione di quanto è successo dopo il 1917? La gerarchia ripete [il comportamento già mostrato]: allora ha voltato le spalle allo zar, ora sta fondamentalmente voltando le spalle alla Russia, ai suoi stessi pastori. Non le è venuto in mente ciò?

Sì, la Russia è già tradita. Tradita e venduta. Chi ci governa? Non c'è un solo russo nel governo della Russia. Noi russi siamo in ginocchio e a chi chiediamo la carità? Agli ebrei (2). Loro ci governano. Di quale morale possiamo effettivamente parlare? È impossibile e persino inimmaginabile scendere a compromessi con queste autorità. Fanno qualunque cosa senza chiedercela. Non siamo esseri umani per loro. Così dorano le nostre cupole, ma come? Tormentando e respingendo la fede; questo è terrificante. Ci fanno fare cose che non dovrebbero esserci.

Come vede il futuro della Russia? La gente si pentirà?

Non posso davvero dirglielo! Se le persone volessero pentirsi, non cercherebbero le maniere facili. Lavorerebbero sodo. Ma ora cercano solo la via facile. Di quale pentimento possiamo parlare? Nessuno vuole prendere il peso su se stesso, nessuno vuole aiutare se stesso e i propri figli.

Ora, molti capiscono che è sbagliato accettare i nuovi passaporti, i documenti e soprattutto la tessera plastificata, ma prendono comunque tali cose perché si chiedono: "Come sopravvivere senza di loro?", Anche se sanno che l'apocalisse ci avverte (a causa del numero 666 che sta su queste cose) (3). Quindi, anche se capiscono, rifiutano la croce?

Sì, è esattamente questo. Quindi quale pentimento può esserci in un sistema anticristico? Noi non amiamo Dio ... Seguiamo Dio solo prima che Egli sia crocifisso, ma quando è appeso alla croce ci pare qualcosa di dolente e qui torniamo indietro e diciamo: "No, questa non è la nostra strada". Nonostante ciò ci rechiamo a prendere il pane [eucaristico].

Secondo lei, padre, ci saranno altre soppressioni come nel 1917? Il 1917 si ripeterà?

Ovviamente! tutto sta andando lì. Chi tollererà il suo nemico all'interno del suo stato? Il nemico sarà espulso! Noi [cristiani] siamo il nemico.

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Note

(1) Per pentimento si intende uno stato di vita modesto e umile, contrito dinnanzi a Dio, nel timore di Lui. Per il Cristianesimo ortodosso questo è essenziale e dev'essere vissuto ogni giorno. Non si tratta, tuttavia, di un atteggiamento negativo perché è sempre accompagnato dal fiducioso abbandono a Dio e dalla gioia che deriva per la presenza della sua grazia. Dall'intervista si nota come i chierici tendono a fare discorsi trionfalistici senza una reale profondità spirituale.  

(2) L'affermazione è interessante e dovrebbe essere verificata. Ciononostante credo che il centro di questa intervista non sia la rivelazione (per altro nota) che un piccolo gruppo di persone tiene in pugno gran parte del globo ma l'atteggiamento di quanti si dicono cristiani. Sono, costoro, coerenti? È questo che io guarderei, non tanto chi regge le sorti delle nazioni che, poco o tanto, cura interessi assolutamente mondani e quindi già potenzialmente anticristici.

(3) Il Cristianesimo ortodosso, a differenza di quello occidentale, è molto sensibile ai simboli religiosi come, d'altronde, avveniva in Occidente secoli fa. La cifra "666", già presente nei codici a barre dei prodotti da acquistare, sta per essere introdotta in molte nazioni anche nei documenti identificativi. Questo urta la sensibilità ortodossa che associa immediatamente tale cifra al simbolo che identifica la bestia infernale descritta nel libro dell'Apocalisse. Ma anche rimanendo indifferenti a tale simbolo, che senso ha volerlo mettere  ovunque, perfino per identificare le persone? Evidentemente chi lo fa ha forti ragioni per cui non sente nessuno e imponendosi sembra credere a tali simboli contrariamente alle masse che ne sono indifferenti. Questo stesso fatto pare quanto meno strano. E, d'altronde, l'Europa che per non "offendere" i mussulmani nasconde i crocefissi, rimane totalmente indifferente a chi si sente contrariato dalla cifra simbolica "666". Non è anche questo strano?

domenica 26 novembre 2017

Alla radice dell'allergia per il Sacro


I miei affezionati lettori non ne abbiano male se, dati gli attuali procellosi tempi, sono spesso costretto a fare analisi di fatti un po’ deprimenti. 
Come un medico deve individuare l’origine di una malattia per poterla combattere meglio, così nel Cristianesimo è necessario individuare la vera origine di ciò che lo rovina nella speranza di sollevarlo almeno un po’ fosse solo in noi stessi.
Credo sia illusorio avvicinarsi alle cause senza individuarle precisamente perché si fornirà una cura sempre inadeguata: sarà come cercare di curare il mal di testa con dell’acqua zuccherata. Individuata la vera causa siamo in grado di riparare tutte le distorsioni che provengono da essa.

Quando nel mondo cattolico notiamo un’allergia al sacro, che si manifesta in liturgie sciatte, nelle quali viene meno la forma rituale e s’inseriscono sempre maggiori improvvisazioni secolarizzanti, il motivo di fondo non è tanto il semplice rifiuto della dimensione sacrale. Questo stesso rifiuto è generato da altre cause che stanno più a fondo. Diverse volte in questo blog ho evidenziato che esiste un corretto modo d’intendere il sacro, legato dunque all’interiorità umana vivificata dalla presenza della grazia divina. Il sacro non è perso solo perché di fatto manca una reale esperienza di tale grazia ma anche da un altro motivo alla base di tutto: l’approccio alle Sacre Scritture.

Tutto inizia dalla predicazione, al punto che san Paolo dice: “Come potranno credere in lui, se non ne hanno sentito parlare?” (Rm 10, 14). 
La fede inizia dall’ascolto ma anche dal modo in cui viene proposta la Rivelazione.
Tradizionalmente la Bibbia è letta nella Chiesa. Non a caso il luogo princeps di tale lettura è la Liturgia. Questo perché la Sacra Scrittura sgorga dalla Tradizione ed è la Tradizione che offre gli strumenti per poterla leggere e capire. La Tradizione è per la Scrittura come il castone è per il diamante (1)
La Sacra Scrittura staccata dalla Tradizione e dalla Chiesa diviene un libro come un altro, soggetta, dunque, a libere interpretazioni.
La rivoluzione di Martin Lutero è stata proprio quella di sganciare la Bibbia dalla Tradizione collegandola strettamente con la libera interpretazione dell’unico soggetto che la legge. Quest’evento storico è stato radicale perché si contrapponeva ad una situazione altrettanto radicale: la situazione ecclesiale determinata dalla teologia cattolica del XV secolo, divenuta una costruzione artificiale di asserti filosofici spesso fine se stessi, tali da attirare le ironie di Erasmo da Rotterdam (2). L’arrivo di Lutero ha determinato un rigetto di tutto questo mondo basso medioevale che si smarriva discettando, come si dice, sul “sesso degli angeli”.

Tuttavia, la Bibbia staccata dalla sua Tradizione e dalla Chiesa, come luogo d’interpretazione e di riconoscimento del messaggio biblico, ha iniziato a determinare una pletora d’interpretazioni tra loro contraddittorie e la conseguente suddivisione del movimento protestante in moltissime piccole comunità senza comunione vicendevole. Il riformatore tedesco, nell’intento di guarire una malattia, asportando degli organi malati, ha creato una serie di problemi a catena che, forse, non immaginava nemmeno.
Tra i vari approcci determinati dalla libera interpretazione della Bibbia, abbiamo anche quelli del protestantesimo liberale. “Tra il 19° e il 20° secolo, si è [...] sviluppato un movimento denominato protestantesimo liberale, che ha valorizzato la ricerca razionale e ha cercato il dialogo con la cultura e la filosofia moderne. Alcuni studiosi hanno avviato un’indagine storico-critica sulla figura di Gesù, sull’attendibilità storica dei Vangeli e sul modo in cui l’uomo moderno vive l’esperienza di fede, al di là degli elementi mitici presenti nei testi biblici” (3).
Con questi presupposti l’interpretazione biblica si è sentita libera di contraddire qualsiasi pacifica acquisizione di fede trasmessa dalla Tradizione. Oggi il cammino degli esegeti che si riferiscono a quest’interpretazione razionalista è molto progredito.
Da tale lavoro chi ne esce completamente “ridimensionato” è Cristo stesso, il quale viene totalmente spogliato da qualsiasi attributo divino in nome di una lettura seria e scientifica dei Vangeli.
Uno dei diffusori di tale lettura antitradizionale in Italia è senz’altro Franco Barbero. Nonostante il Vaticano gli abbia ufficialmente proibito di esercitare il sacerdozio, costui continua nella sua attività sacerdotale animando una fitta rete di relazioni che si riferiscono anche alle Comunità di Base e mantenendo i contatti con moltissimi sacerdoti cattolici. Si può ben dire che egli rappresenti la punta di un iceberg sommerso perché le sue idee tentano enormemente il mondo cattolico, oramai privo di reali e vitali collegamenti con la Tradizione.
Oggi il  Cattolicesimo è tentato ancor più perché chi ne sta al vertice, non interessandosi di teologia e di esegesi biblica, lascia aperta ogni via interpretativa. Con Bergoglio pare veramente che tutto sia possibile al punto che il Cattolicesimo sembra ripiombato negli anni 70!
Sono queste idee sulla Sacra Scrittura che, a mio avviso, snervano totalmente la vita cristiana tradizionale, dichiarano morta ogni sacralità, promuovono come buona ogni genere di prassi scelta “in coscienza”. Se il clero svilisce la Liturgia, rovescia i significati della Scrittura, insegue i piaceri del mondo, promuove un’architettura che non è più sacra (4), è da qui che si deve partire perché una predicazione della Bibbia convinta e verace in senso tradizionale produce, al contrario, frutti opposti.

Ma che dice Franco Barbero?
Le sue idee non sono un mistero poiché ha già prodotto molti pamphlet nei quali ama dire che solo l’eresia è unautentica liberazione. Il suo ultimo libro è un programma già dal titolo: Confessioni di un eretico.
Faccio un breve riassunto di alcune sue idee e saranno più che sufficienti, a chi è fermamente ancorato nella Tradizione, per stupirsi e rattristarsi assai (5).

  • I Vangeli non riportano i fatti e i detti di Gesù, se non in parte residuale, perché riflettono, di fatto, le preoccupazioni delle comunità cristiane primitive. In essi si può attingere al Gesù della fede”, perché il “Gesù della storia” è praticamente quasi un mistero.
  • Gesù, il Nazzareno, era un uomo come noi che incorreva in errori, rimanendo chiuso nel particolarismo ebraico, ma che conosceva anche conversioni, aprendosi ad un universalismo salvifico che comprendeva tutti.
  • Gesù riceve il titolo di Dio solo dalle comunità cristiane e, soprattutto, da san Paolo che opera, così, una rottura con il messaggio evangelico originale predicando un “suo” Vangelo diverso e distinto da quello di Gesù ma che, poi, s’impone.
  • Ben presto il Cristianesimo si riveste di riti e usi pagani finendo, così, per tramandare nei secoli un’immagine diversa da quella suggerita dal Nazzareno.
  • Oggi è necessario ripristinare il Cristianesimo autentico spogliando il Vangelo da miti e interpretazioni sacralizzanti con i quali la Chiesa ha ingannato per secoli i fedeli.

Nessuno si meraviglia che esista una sorta di rapporto tra il messaggio di Cristo e le esigenze delle comunità primitive ma quello che qui si vuole dire, in nome della serietà scientifica, è che queste ultime, alla fine, confezionano un Cristianesimo differente da quello voluto da Cristo. San Paolo, in tal senso, è un autentico falsario, così falso da essere stato una vera e propria “bestia nera”.
Il tentativo di ripristinare un ideale “vangelo originale” determina di fatto una desacralizzazione degli stessi Vangeli che divengono semplice parola umana, elaborabile e interpretabile secondo criteri che prescindono sicuramente dalla fede e si collegano a pure ragioni “razionali”.

Mi si dirà che queste interpretazioni sono estremiste e, tutto sommato, appartengono solo ad una piccola élite di studiosi che non è in grado d’influenzare la massa. Sono convinto del contrario. Infatti, i frutti da esse determinato e che ci circondano praticamente ovunque, provengono esattamente da quell’albero, da quel preciso modo di pensare anche se non sempre si giunge a tutte le sue logiche conseguenze. Se la Scrittura non è più Sacra, se Cristo non è più Dio, se san Paolo impone un Vangelo posteriore e almeno in parte falsificato, è ovvio che il metro e la misura di tutto diviene la propria coscienza, una coscienza che prescinde totalmente dalla Tradizione e dai riferimenti da essa proposti, una coscienza scusata perché legata ad una interpretazione “razionale e scientifica”.
Questo spiega il “Cristianesimo fluido” proposto da Bergoglio, la rovinosa prassi morale di chierici e laici, la dissacrazione della liturgia, l’interpretazione secolarizzata della Bibbia, la morte degli ordini contemplativi, ecc.
Tale lettura si vuole imporre a tutti i costi in nome di una “serietà scientifica” che scredita ogni altro tipo e genere di approccio [poi i suoi assertori si dichiarano pure apostoli del pluralismo!]. Quello che pare passare inosservato è che i presupposti di tale lettura non paiono proprio “oggettivi” se si ritiene come punto di partenza che i miracoli, ad esempio, non possono assolutamente essere esistiti perché... i miracoli non esistono!

Il male è profondo ma i vescovi tacciono. Risiedono tranquilli nei loro palazzi e non vogliono che nessuno ricordi loro che ci sono dei problemi. Così facendo, però, tradiscono brutalmente il motivo per cui sono stati ordinati.

Questa prassi dissacratoria, che sta devastando l’Occidente, si volgerà o prima o poi anche alle Chiese orientali ree di essere ancora in una fase “mitica”, “sacrale” e “ascientifica”. Sono i protestanti che c’interessano non gli ortodossi, rimasti legati al passato, diceva il teologo Luigi Sartori (1924-2007), rivelando con ciò tutto un terreno di coltura nel quale può cadere e fiorire rigogliosamente quel tipo di seme!
E c’è da scommetterci che alcuni chierici ortodossi, succubi dell’Occidente per un atavico complesso d’inferiorità, gli apriranno le porte esponendo pure il loro gregge alla devastazione.
(Ho fatto a tempo a vedere studenti ortodossi di teologia venerare il pensiero sartoriano non accorgendosi affatto di alcuni suoi inquietanti presupposti, per cui non mi meraviglio di nulla oramai!).

Il desiderio di creare una “teologia postpatristica”, che si riscontra qua e là soprattutto in Grecia, promette già bene in tal senso come promette bene l’impressione imbarazzante data da troppi vescovi ortodossi, desiderosi di vivere in pace nei loro palazzi, lontani da qualsiasi tipo di problema quasi fossero elevati all’episcopato esclusivamente per i propri interessi. Ma in ciò Oriente e Occidente oramai si affratellano sempre più!

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NOTE

(1) La lettura della Bibbia nella Chiesa prevede la conoscenza dell’interpretazione biblica nella letteratura patristica perché la fede dei Padri è in grado di vivificare anche quella attuale. Domanda: quale istituzione teologica cattolica (scuola o seminario) percorre il Nuovo Testamento (per non parlare dell’Antico) facendosi accompagnare dall’interpretazione patristica? Nessuna, che io sappia! I corsi di patrologia sono fatti sommariamente e vengono concepiti, per lo più, come un’anticamera alla vera teologia. Il passato, che costituisce con il presente che lo veicola la Tradizione della Chiesa, è di fatto bellamente respinto. L’omiletica riflette questo stato di cose: non ci sono riferimenti alla spiritualità ascetico-patristica se non in rarissimi casi. Le riflessioni che accompagnano il commento alle Scritture rivelano, per lo più, un vero e proprio scisma dal passato e dalla Tradizione ecclesiale, un allontanamento che neppure la teologia scolastica avrebbe mai pensato di fare. Tommaso d’Aquino, infatti, cerca di fare riferimento per quanto può e come meglio riesce alle fonti cristiane antiche, seppur inserendole in una griglia di lettura e in un metodo innovativo.  

(2) La Tradizione della Chiesa è un insieme d’insegnamenti provenienti da personalità ecclesiastiche autorevoli e universalmente riconosciute. È vero che negli scritti dei Padri ci possono essere valutazioni o osservazioni legate al loro tempo e che non possono più riguardarci, come ad esempio le conoscenze mediche di allora. Ma è altrettanto vero che essi, per quanto riguarda l’insegnamento e la testimonianza di fede, sono tutt’altro che superati. Non capirli e servirsi delle loro opere in modo strumentale per costruire una filosofia puramente speculativa ha portato la teologia del XV secolo ad una crisi tale da essere stata rigettata in toto, compresi anche quegli aspetti tradizionali che avrebbero dovuto essere conservati. Oggi, nonostante gli scritti dei Padri compaiano nelle letture dei breviari cattolici, sono di fatto lettera morta perché la teologia non attinge più alla loro prospettiva di fede e, di conseguenza, neppure l’omiletica.

(3) Questa definizione assai generica e semplificata da, però, l’idea di cosa sia tale movimento i cui presupposti sono penetrati profondamente nello stesso mondo cattolico. Vedi qui

(4) “È indubbio che, dopo il Concilio, sulla nostra teologia ha agito l’influsso del protestantesimo liberale e dello scientismo: entrambi si propongono in ogni modo di ridurre l’ambito del mistero. Nei Paesi germanici la teologia soffre di un complesso di inferiorità verso la critica biblica protestante, nei Paesi latini verso la cultura laicista. Questa caduta della sensibilità al mistero si vede persino nell’architettura delle chiese moderne, incapaci di cogliere il senso religioso: quella “vibrazione”, ad esempio, espressa mirabilmente dai rosoni nelle cattedrali romaniche e gotiche. Nelle cattedrali medievali, tutto era simbolo sapiente che i fedeli, anche se ignoranti secondo le categorie accademiche, sapevano cogliere, appagando così quel bisogno religioso che è in ogni uomo. Misure, proporzioni, scorci: pensi che, in quelle cattedrali mirabili, la luce era filtrata in modi ispirati alla sapienza dell’alchimia di cui pochissimi avevano la formula. La liturgia cristiana d’oggi, invece, ha dimenticato che la liturgia deve essere sposa fedele dell’arte; anzi, la liturgia stessa è arte che deve fare appello alle emozioni e ai sentimenti che stanno al fondo di ogni uomo. Si è ignorato che emozioni e sentimenti hanno pari (se non superiore) importanza del nostro aspetto intellettivo. Oltretutto, ponendo l’accento sulla sola dimensione della ragione si perde quella universalità delle emozioni e dei sentimenti che unifica la razza umana: prova ne sia che posso innamorarmi di una persona di una qualsiasi razza o cultura. È anche nei vuoti aperti da questo razionalismo, che da qualche tempo contrassegna pure il cattolicesimo, che si insinuano le sette e ogni forma di occultismo ed esoterismo” Vedi qui

(5) Traggo questi punti dalla lettura di qualche post del seguente blog.