Al momento del "Credo", che trova spazio in tutte le liturgie tradizionali, si confessa: "Credo la Chiesa una, santa...". In un altro scritto avevo specificato il significato dell'unità della Chiesa, unità che non viene mai meno nonostante le divisioni.
Qui osserveremo una delle espressioni della sua santità: il fatto che genera dei santi. Nessuno da ciò che non ha. La Chiesa non può dare quanto non le è proprio ma, in chi lo rende possibile, può esprimere la sua santità.
L'uomo santificato non è qualcosa di realmente interessante, per l'uomo d'oggi, o almeno così sembra. Si potrebbe dire che il termine "santo" assieme al termine "grazia" abbiano subìto la mala sorte d'un reale oblìo pure all'interno dello stesso Cristianesimo occidentale.
In quest'ambito santo è equivalente a "benefattore sociale". In realtà per quanto un uomo santificato possa anche irradiare socialmente - in forma d'azione benefica - la sua santità, quest'equivalenza è molto riduttiva. Ad essa sfugge completamente il fatto che il santo è qualcuno che avvicina a Dio o, come si dice in Oriente, porta Dio in se stesso (theophoros).
Dio non è un concetto astratto o filosofico. E' una realtà che ha in sé la pienezza della vita, è l'origine della vita. Un santo in senso vero e completo non puo' che essere un "mistico", ossia un uomo che "sente" e "dialoga" con la presenza divina in sé. In questo senso, il santo è immagine vera della Chiesa.
Il santo non si limita ad essere un semplice "uomo virtuoso" ma, oltrepassando la semplice coerenza etica, giunge alle vette della vita cristiana. In questo senso, non è un semplice "modello" ma un'icona nella quale si manifesta la misericordia e l'amore divino.
Il santo è un uomo staccato dalle contingenze del mondo (soldi, attaccamenti mondani) perché è collegato direttamente con il mondo divino che, contemporaneamente, è il mondo futuro nel quale tutte queste cose non hanno senso. E' realmente un "ponte" gettato verso il mondo futuro; egli ne è un'anticipazione.
Il santo è un uomo roccioso, stabile, nulla lo scuote e lo agita, osserva dall'alto le cose, come dalla punta di una montagna. La sua presenza, però, non è pesante, opprimente, fastidiosa. Ha una leggerezza straordinaria e si fa realmente amare: segna il cuore di chi incontra con una calda impronta lasciata da qualche sua parola, da un suo semplice sguardo.
In questo senso, egli è veramente l'immagine della Chiesa umile, povera, che accoglie ma che sa cambiare in meglio chiunque.
Quando la Chiesa propone alla venerazione delle persone così, sa di offrire una forte alternativa allo stile di un certo uomo postmoderno: egocentrico, nevrotico, arrivista, affarista, bramoso di fama e di successo.
Se i responsabili della Chiesa dovessero, per errore, proporre un uomo sbagliato alla venerazione, sfigurerebbero l'immagine stessa della Chiesa. In quel caso sarebbe peggio di un delitto.
L'intenso carattere del santo, di cui ho delineato qualche tratto, non è affatto compatibile con personalità nelle quali siano ancora forti le passioni umane, come l'attaccamento al denaro, il bisogno di vanagloria, di potere mondano e cose simili.
Questo lo si può affermare per tutti i tempi. Non si può, ad esempio, dire che 500 anni fa c'era un'altra cultura per cui si deve scusare quel tal uomo di Chiesa irascibile, mondano o legato ai soldi. In tutti i tempi il vero santo non può mai avere avuto tali caratteristiche perché i segni che Dio lascia nell'uomo, quando costui lo permette, sono sempre identici, a prescindere dai tempi. Ad esempio, quando Cristo dice: "Non si può servire Dio e mammona", stabilisce un principio che non è valido solo in un certo tempo, ma sempre.
L'autentico santo, dunque, è un asceta e non potrebbe essere altrimenti.
Purtroppo non sempre quanto ci viene proposto potrebbe rispettare questo chiaro riferimento. Non è mia intenzione entrare in polemica ma non posso non osservare che nella storia possono esserci state strane incongruenze.
E qui sono obbligato a riferire un fatto successo alcuni anni fa.
Attorno al 2000, una coppia d'intellettuali, Monaldi e Sorti, ha fatto un romanzo, basato su ricerche storiche. Rinvenirono un "libro mastro", ossia un registro contabile appartenuto a papa Innocenzo XI e a suo fratello nel quale erano registrati i movimenti di denaro. Attraverso questo registro e altre documentazioni, la coppia scoprì che il papa aveva prestato un'ingente somma di denaro a Guglielmo d'Orange, nobile olandese. Quest'ultimo poté restituire il debito con gli interessi solo quando riuscì ad impossessarsi del trono d'inghilterra, allontanando l'eventualità che vi s'insediasse un re cattolico. Il papa non si oppose affatto a tutto ciò, anzi la favorì.
Ora, questo fatto potrebbe parere una "normale" vicenda storica, per quanto sia comunque strano che un papa abbia aiutato i protestanti in piena epoca controriformista.
Se le cose stanno veramente in questi termini, ci sono delle conseguenze inquietanti dovute al fatto che questo papa fu beatificato da Pio XII nel 1956 e che nel 2003 pare lo volessero canonizzare, ossia dichiarare santo impegnando, in quest'atto, la cosiddetta infallibilità della Chiesa cattolica.
Se le cose stanno veramente in questi termini, ci sono delle conseguenze inquietanti dovute al fatto che questo papa fu beatificato da Pio XII nel 1956 e che nel 2003 pare lo volessero canonizzare, ossia dichiarare santo impegnando, in quest'atto, la cosiddetta infallibilità della Chiesa cattolica.
Su questo romanzo e sui suoi autori molti hanno forti riserve. Le notizie storiche riportate nel romanzo, da me rilevate e che gli autori documentano con ricerche d'archivio, se si possono interpretare come una smentita della santità di questo papa, rivelano qualcosa di grave, precisamente il contrario di quanto si sosterebbe su wikipedia, alla voce "Innocenzo XI":
"papa Innocenzo XI condannò pure l'usura e perfino cercò (in anticipo sui tempi) di giungere all'abolizione totale del commercio degli schiavi, sul quale era assai informato, in quanto riceveva personalmente i missionari, al fine di essere tenuto al corrente sulle situazioni locali". Altrove si scrive pure che ridusse quasi sul lastrico la famiglia a causa della sua attività benefica.
Rivelano pure il contrario di quanto Pio XII ebbe a dire nel 1956: "Sotto questo aspetto Innocenzo XI varca con lo spirito i confini del suo secolo, e, quasi redivivo nel nostro, insegna agli uomini di oggi, mortificati da tanti tragici errori, che lo scampo consiste nel rigenerarsi spiritualmente e moralmente; mentre indica ai cristiani, assetati di rinnovamento, ma sgomenti per tante apostasie nel popolo, quale sia la sicura base di ogni spirituale rinascita".
"papa Innocenzo XI condannò pure l'usura e perfino cercò (in anticipo sui tempi) di giungere all'abolizione totale del commercio degli schiavi, sul quale era assai informato, in quanto riceveva personalmente i missionari, al fine di essere tenuto al corrente sulle situazioni locali". Altrove si scrive pure che ridusse quasi sul lastrico la famiglia a causa della sua attività benefica.
Rivelano pure il contrario di quanto Pio XII ebbe a dire nel 1956: "Sotto questo aspetto Innocenzo XI varca con lo spirito i confini del suo secolo, e, quasi redivivo nel nostro, insegna agli uomini di oggi, mortificati da tanti tragici errori, che lo scampo consiste nel rigenerarsi spiritualmente e moralmente; mentre indica ai cristiani, assetati di rinnovamento, ma sgomenti per tante apostasie nel popolo, quale sia la sicura base di ogni spirituale rinascita".
Ora se dovessimo scoprire che un santo non è tale, sulla base d'incontrovertibili prove, ossia che è impelagato in traffici mondani e in questioni di denaro, dobbiamo per forza concludere che qualcosa non va in chi lo vuole proclamare come esempio cristiano a tutti i costi.
Il rischio di proporre esempi cristiani tirando in ballo persone non proprio esemplari non è una cosa impossibile, se si pensa al fatto che ci sono almeno alcune beatificazioni discutibili nella storia.
Non voglio aprire polemiche ma fare riflettere. Ed è per tal fine che allego una pagina tratta dal romanzo storico dei due autori summenzionati e un'intervista agli stessi. Tengo a precisare che non prendo necessariamente le difese di questi romanzieri ma assumo come ipotesi la veridicità della loro valutazione storica per osservare le conseguenze alle quali si potrebbe venire incontro in questo caso che fa da esempio o paradigma per qualsiasi altro caso analogo.
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«Il Beato Innocenzo fu complice dei protestanti a danno dei cattolici; lasciò che l’Inghilterra fosse invasa da Guglielmo d’Orange, e solo per farsi restituire un debito in denaro.
Papa Odescalchi fu poi finanziatore del traffico negriero, non rinunciò a possedere schiavi personalmente e trattò con crudeltà sanguinaria vecchi e moribondi.
Fu un uomo gretto e avaro, incapace di elevarsi al di sopra delle preoccupazioni materiali, ossessionato dal pensiero del lucro e del denaro.
La figura e l’opera di Innocenzo XI furono quindi celebrate ed elevate ingiustamente, con argomentazioni false, fuorvianti o parziali. Vennero occultate le prove: l’inventario del testamento di Carlo Odescalchi, le lettere e le ricevute commerciali dell’archivio Odescalchi dal 1650 al 1680, la corrispondenza del segretario di Stato Casoni, i chirografi sugli schiavi citati da Bartolotti, più altre carte di cui segnalo la scomparsa, per lo più inspiegabile nei documenti finali.
Alla fine trionfò dunque la menzogna, e il finanziatore degli eretici fu detto Salvatore della Cristianità. Il commerciante avido divenne un saggio amministratore, e il politico testardo uno statista coerente; la vendetta si travestì da orgoglio, l’avido venne chiamato frugale, l’ignorante si trasformò in uomo semplice, il male prese i panni del bene e quest’ultimo, abbandonato da tutti, si fece terra, polvere, fumo, ombra, nulla.»
Papa Odescalchi fu poi finanziatore del traffico negriero, non rinunciò a possedere schiavi personalmente e trattò con crudeltà sanguinaria vecchi e moribondi.
Fu un uomo gretto e avaro, incapace di elevarsi al di sopra delle preoccupazioni materiali, ossessionato dal pensiero del lucro e del denaro.
La figura e l’opera di Innocenzo XI furono quindi celebrate ed elevate ingiustamente, con argomentazioni false, fuorvianti o parziali. Vennero occultate le prove: l’inventario del testamento di Carlo Odescalchi, le lettere e le ricevute commerciali dell’archivio Odescalchi dal 1650 al 1680, la corrispondenza del segretario di Stato Casoni, i chirografi sugli schiavi citati da Bartolotti, più altre carte di cui segnalo la scomparsa, per lo più inspiegabile nei documenti finali.
Alla fine trionfò dunque la menzogna, e il finanziatore degli eretici fu detto Salvatore della Cristianità. Il commerciante avido divenne un saggio amministratore, e il politico testardo uno statista coerente; la vendetta si travestì da orgoglio, l’avido venne chiamato frugale, l’ignorante si trasformò in uomo semplice, il male prese i panni del bene e quest’ultimo, abbandonato da tutti, si fece terra, polvere, fumo, ombra, nulla.»
(Monaldi & Sorti, Imprimatur, Addendum, pagg. 529-530).
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Il Papa, gli eretici e l’Inghilterra
(Dalla testata cattolica "30 giorni"
http://www.30giorni.it/articoli_id_190_l1.htm?id=190)
Un romanzo storico che sale in vetta alle classifiche di vendita e una curiosa scoperta: l’alleanza tra Innocenzo XI e l’eretico Guglielmo d’Orange. Parlano gli autori
di Davide Malacaria
Imprimatur è un romanzo storico scritto a quattro mani. Autori due giornalisti italiani, Rita Monaldi e Francesco Sorti che vivono a Vienna e sono ambedue laureati in lettere. Atto Melani, il protagonista del libro, è stato l’argomento della tesi svolta da Sorti. Li abbiamo contattati, spinti dalla curiosità, dopo aver letto, in appendice al volume, le fonti storiche che rivelerebbero la segreta alleanza tra gli eretici Orange e il papato. Anche se non usuale, rispettiamo la volontà degli autori di parlare ad una sola voce.
Come è nata l’idea di fare questo romanzo?
RITA MONALDI e FRANCESCO SORTI: L’idea è nata nell’ambito della nostra attività giornalistica, nel registrare i tanti torti di oggi di fronte ai quali si rimane impotenti… È stato un modo per tentare di riparare almeno ai torti del passato. Il nostro libro, infatti, è dedicato “ai vinti”, perché la storia la fanno i vincitori.
Vi riferite alla storia di Innocenzo XI?
MONALDI e SORTI: Veramente questo è venuto dopo, in corso d’opera. L’idea è nata rileggendo in chiave diversa le vicissitudini storiche di Nicolas Fouquet e di Atto Melani, personaggi che il nostro romanzo, con tutti i limiti del caso, vuol tentare di riabilitare. Nel caso del Melani poi, si trattava di far uscire dall’oblio un personaggio relegato a questa condizione dalla storiografia ufficiale.
Veniamo ai documenti inediti su Innocenzo XI…
MONALDI e SORTI: La causa di beatificazione di questo Papa inizia dopo la sua morte, poi si blocca per secoli, fino a quando, nel 1956, viene finalmente beatificato. A bloccare per lungo tempo questa causa sono state, tra l’altro, proprio le voci che vedevano in lui uno dei finanziatori, se non il principale finanziatore, del golpe che nel 1688 ha portato al potere gli Orange e ha consegnato agli eretici l’Inghilterra. Nelle nostre ricerche storiche abbiamo rintracciato documenti inediti che provano questo legame che si è sempre voluto negare. D’altronde è comprensibile: per la Chiesa riconoscere che un Papa aveva finanziato degli eretici contro i cattolici Stuart… Né d’altro canto questo legame poteva far piacere agli inglesi, che vedono in Guglielmo d’Orange una sorta di padre della patria.
E quali sarebbero questi documenti originali?
MONALDI e SORTI: Anzitutto i libri mastri della casa Odescalchi, la famiglia di Innocenzo XI, che svolgeva attività bancaria. In questi libri sono annotate tutte le transazioni finanziarie effettuate. Leggendoli con attenzione abbiamo notato che ingenti somme sono andate a finire, tramite vari intermediari, come i veneziani Cernezzi e Rezzonico, nelle casse degli Orange. Inoltre abbiamo rintracciato anche la documentazione cifrata che riguarda la vicenda del principato degli Orange. In estrema sintesi, alla morte di Innocenzo XI, quando ormai gli Orange sono padroni della lontana Inghilterra, questo principato chiede al papato di passare sotto la giurisdizione pontificia e ciò proprio per porre fine al pesante drenaggio fiscale che su quella popolazione si stava effettuando per ripianare i debiti contratti dagli Orange con il Papa precedente. Offerta che ovviamente il successore di Innocenzo XI, Alessandro VIII, respinge perché troppo imbarazzante. Tra l’altro siamo rimasti molto sorpresi nello scoprire che il principato degli Orange era a ridosso dei possedimenti pontifici di Avignone, anzi questi ultimi erano una specie di enclave al suo interno.
Ma voi spiegate nel libro che il Papa aveva posto fine al suo lavoro di banchiere, lasciando l’attività al fratello Carlo. Quindi poteva non essere al corrente di questi presunti prestiti.
MONALDI e SORTI: Nel suo testamento Innocenzo XI annota che l’attività è sempre rimasta indivisa con il fratello, è un bene comune.
Nel romanzo avete riportato che l’ipotesi di questi prestiti circolava già all’indomani della morte del Papa, eppure il processo di beatificazione è andato avanti. Insomma la circostanza è stata smentita.
MONALDI e SORTI: Questa tesi è stata molto dibattuta nei secoli e ha trovato smentite. Chi ha modo di leggere le pagine in appendice al nostro libro capirà che tali smentite non sono poi così convincenti. In ogni caso i documenti che abbiamo trovato non sono mai stati esaminati nel corso del processo di beatificazione.
Avete sottoposto la vostra scoperta a degli storici?
MONALDI e SORTI: Sì, ma ancora non abbiamo avuto risposte. Comunque teniamo a dire che il nostro libro è e resta un romanzo. Se avessimo voluto scrivere di storia avremmo scritto un saggio. Nel nostro lavoro ci siamo imbattuti in questa documentazione: agli storici il compito di fare chiarezza. Teniamo a specificare anche che Imprimatur non vuole assolutamente avere una valenza anticlericale o anticattolica. Riteniamo che la Chiesa sa fare i conti con il suo passato: se ciò che abbiamo trovato corrisponde al vero, non resterà nascosto.








