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| I crociati in un'antica miniatura |
Il termine "rito" è entrato nel linguaggio usuale della liturgia ed è utilizzato, come ogni parola, senza particolari attenzioni. Si dice, ad esempio, che nella Chiesa cattolica ci sono molti riti, ossia molte espressioni cultuali. Si parla di riti latini (romano, gallicano, ambrosiano, aquileiese, mozarabico) e di riti orientali (bizantino, copto, antiocheno, ecc.).
Nell'uso di tale vocabolo non ci si rende conto che esso risponde ad un particolare bisogno: quello proprio alla Chiesa di Roma nella seconda parte del Medioevo.
In quel tempo, infatti, i Crociati, nell'idea di liberare il santo Sepolcro dagli arabi, fondarono in Oriente delle Chiese precedentemente inesistenti. Prima della loro presenza, infatti, esisteva l'assetto della Chiesa antica (seppur non più in comunione con Roma), il quale prevedeva la divisione territoriale ecclesiastica in patriarcati: Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme.
Secondo questa divisione, non aveva senso alcuno impiantare chiese latine in un patriarcato non latino (*). Lo notiamo nel caso della pellegrina latina Egeria (IV-V secolo): un cristiano latino se voleva assistere alla liturgia semplicemente si adattava alla liturgia del luogo, un poco come farebbe oggi un cattolico irlandese in Italia, in una chiesa cattolica italiana. In questo caso l'irlandese non parlerebbe mai di "rito italiano" o di "rito irlandese", né sentirebbe il bisogno di impiantare una chiesa etnica irlandese in Italia, seppur in comunione con Roma.
Analogamente Egeria ci narra gli usi e le consuetudini delle Chiese da lei visitate. In questa sua opera non si rinviene mai il termine "rito". Ogni Chiesa (greca o latina che fosse) aveva la sua liturgia o consuetudini sue proprie che corrispondevano alla libertà di quella Chiesa nella compagine ecclesiale del tempo. Tale libertà e anche indipendenza (se si pensa ad esempio alla Chiesa di Cipro), non ledeva in nulla la comunione dal momento che questa era basata sostanzialmente sull'identica fede professata.
Dunque al tempo di Egeria si parlava di differenti liturgie, non di "riti". Il termine "rito", d'altronde, accentua molto l'aspetto esterno di una liturgia, come se quest'ultima si riducesse solo ad un insieme di "cose da fare" e non corrispondesse ad una vita particolare. Tende a portare
pericolosamente
l'attenzione su aspetti solo esteriori.
Nel momento in cui i Crociati insediarono una gerarchia parallela in Oriente, ebbero bisogno di parlare di "rito". Ecco, allora, che la loro Chiesa aveva un "rito" latino differente da quello greco dei Maroniti, tanto per fare un esempio. A monte del termine "rito", infatti, c'è una concezione centralizzata di Chiesa quale non esisteva precedentemente.
Nella Chiesa antica, infatti, era inconcepibile che il papa creasse delle gerarchie latine parallele in Oriente: sarebbe stato visto come uno sfregio alla comunione ecclesiale allora vigente, come un'esplicita destituzione di valore delle Chiese locali e un corto-circuito ecclesiologico. Per lo stesso e identico motivo, la storia ci dimostra come in Oriente gli interventi papali si esercitassero solo in casi estremamente urgenti e solo su richiesta delle Chiese locali. L'affare di Fozio nel IX secolo, fu visto davvero come il primo intervento diretto di Roma negli affari di Costantinopoli e, come tale, fu sorgente di grande stupore. Infatti fino ad allora l'esercizio del papato non era concepito in senso centralizzato come pian piano iniziò ad essere, ma in un senso piuttosto differente, all'interno della sinfonia della Pentarchia (i cinque Patriarcati). E' in questa sinfonia che Roma presiedeva "alla carità delle Chiese", come allora si diceva.
In questo contesto, dal momento che non aveva senso parlare di centralismo romano (nei termini tardo mediovali e moderni), non aveva neppure senso parlare di "rito" liturgico.
Dal momento in cui tutte le Chiese locali sono viste rigidamente come membra della Chiesa di Roma s'inizia, in un certo senso, a livellare la vita locale. Le sue espressioni antiche di libertà (come la liturgia) sembrano piuttosto derubricate come una semplice "ritualità", un'esecuzione esterna della liturgia, quando, invece, corrispondono ad una vita peculiare e ad un genio spirituale di una Chiesa locale.
Questo spiegherà l'incomprensione latina verso i cosiddetti "riti greci" che verranno latinizzati o fatti scomparire, come nel caso delle Chiese dell'Italia meridionale, in Puglia e in Calabria. Tali liturgie erano allora viste realmente per ciò che erano: un'espressione di libertà locale che, in quanto tale, si opponeva ad un centralismo imposto talora pure con le armi.
La cosa riguardò pure il "rito mozarabico" il quale ha corso il rischio di sparire totalmente ed ora sopravvive in forma agonica nella cripta della cattedrale di Toledo. Il centralismo ha veramente strozzato molte realtà locali, uniformandole, per integrarle in un sistema ecclesiastico rigidamente verticistico. La liturgia occidentale è stata fedele specchio di questa complessa storia.
Questo spiegherà l'incomprensione latina verso i cosiddetti "riti greci" che verranno latinizzati o fatti scomparire, come nel caso delle Chiese dell'Italia meridionale, in Puglia e in Calabria. Tali liturgie erano allora viste realmente per ciò che erano: un'espressione di libertà locale che, in quanto tale, si opponeva ad un centralismo imposto talora pure con le armi.
La cosa riguardò pure il "rito mozarabico" il quale ha corso il rischio di sparire totalmente ed ora sopravvive in forma agonica nella cripta della cattedrale di Toledo. Il centralismo ha veramente strozzato molte realtà locali, uniformandole, per integrarle in un sistema ecclesiastico rigidamente verticistico. La liturgia occidentale è stata fedele specchio di questa complessa storia.
Il termine "rito" è dunque funzionale ad un concetto di Chiesa che si afferma nel periodo crociato e maschera, se non proprio nega, quanto fino a poco prima era universalmente sentito e che la stessa pellegrina Egeria ci trasmette nei suoi scritti. Dietro alla parolina "rito" si nasconde una bugia colossale!
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(*) La proliferazione di Chiese all'interno di altre Chiese, come se fossero tante scatole cinesi, ha un non so che di malato e s'oppone totalmente alla distribuzione territoriale della Chiesa, secondo il modello antico. Per san Paolo, ad esempio, non esiste la Chiesa dei Corinti ma la Chiesa in Corinto, in Roma, in Antiochia, ecc. Un'unica Chiesa che si distribuisce in vari luoghi! A maggior ragione l'apostolo è contro coloro che rivendicano una Chiesa di Paolo, di Cefa, di Apollo e ribadisce che esiste solo la Chiesa di Cristo! (Che direbbe dei movimenti ecclesiali odierni?).
Successivamente non è più così.
Quanto vediamo dal periodo crociato, non è che l'inizio di un fenomeno molto paradossale ma davanti al quale c'è una generale indifferenza. Ordini religiosi dipendenti direttamente da Roma, prelature personali, movimenti ecclesiali, hanno origini storicamente comprensibili ma, nel quadro dell'ecclesiologia tradizionale (oramai purtroppo spesso superata) sono paragonabili a forme tumorali, a corti circuiti, a servizio - quando lo sono e non ne sfruttano solo i privilegi - del centralismo romano.
Questa situazione sempre più intricata, oltre che avvilire la funzione delle Chiese locali, a sfruttarne le forze senza servirle veramente, corre il rischio di creare antagonismi senza precedenti, dispersioni di energie, con forme assurde di fondamentalismo religioso nelle quali si distorce l'immagine della Chiesa presentandola come una composizione di gruppi settari in gara tra loro per dividersi "fette" sempre più ampie di potere e influenza. Questi gruppi sono animati, tutto sommato, da forme d'individualismo religioso, approvate dalla struttura centrale nella speranza d'averne un ritorno in termini di servizio. Il rischio che lo stesso centro perda il controllo delle sue "creature privilegiate" (movimenti, prelature) non è così remoto e il prezzo da pagare pare essere veramente troppo alto, e consiste nella progressiva svalorizzazione delle stesse Chiese locali, ridotte a semplici esecutori di un potere centrale lontano, che neppure le conosce veramente e scambia per "bene della Chiesa universale" un semplice suo individuale bene.
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(*) La proliferazione di Chiese all'interno di altre Chiese, come se fossero tante scatole cinesi, ha un non so che di malato e s'oppone totalmente alla distribuzione territoriale della Chiesa, secondo il modello antico. Per san Paolo, ad esempio, non esiste la Chiesa dei Corinti ma la Chiesa in Corinto, in Roma, in Antiochia, ecc. Un'unica Chiesa che si distribuisce in vari luoghi! A maggior ragione l'apostolo è contro coloro che rivendicano una Chiesa di Paolo, di Cefa, di Apollo e ribadisce che esiste solo la Chiesa di Cristo! (Che direbbe dei movimenti ecclesiali odierni?).
Successivamente non è più così.
Quanto vediamo dal periodo crociato, non è che l'inizio di un fenomeno molto paradossale ma davanti al quale c'è una generale indifferenza. Ordini religiosi dipendenti direttamente da Roma, prelature personali, movimenti ecclesiali, hanno origini storicamente comprensibili ma, nel quadro dell'ecclesiologia tradizionale (oramai purtroppo spesso superata) sono paragonabili a forme tumorali, a corti circuiti, a servizio - quando lo sono e non ne sfruttano solo i privilegi - del centralismo romano.
Questa situazione sempre più intricata, oltre che avvilire la funzione delle Chiese locali, a sfruttarne le forze senza servirle veramente, corre il rischio di creare antagonismi senza precedenti, dispersioni di energie, con forme assurde di fondamentalismo religioso nelle quali si distorce l'immagine della Chiesa presentandola come una composizione di gruppi settari in gara tra loro per dividersi "fette" sempre più ampie di potere e influenza. Questi gruppi sono animati, tutto sommato, da forme d'individualismo religioso, approvate dalla struttura centrale nella speranza d'averne un ritorno in termini di servizio. Il rischio che lo stesso centro perda il controllo delle sue "creature privilegiate" (movimenti, prelature) non è così remoto e il prezzo da pagare pare essere veramente troppo alto, e consiste nella progressiva svalorizzazione delle stesse Chiese locali, ridotte a semplici esecutori di un potere centrale lontano, che neppure le conosce veramente e scambia per "bene della Chiesa universale" un semplice suo individuale bene.



