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giovedì 5 settembre 2019

La straordinarietà del Cristianesimo

Con lo scorrere dei secoli, soprattutto nella vecchia Europa, è andata persa la coscienza della straordinarietà del Cristianesimo. 

Fa parte dell’essere umano avere dei segnali certi che lo confortino nel suo cammino terreno in vista dell’Al di là. 

Con l’avvento della Rivelazione cristiana sono stati donati tali segnali. Quello che oggi è molto difficile da comprendere, a livello esperienziale, è, ad esempio, il senso della rivelazione del Dio uno e trino. La domenica, durante la liturgia eucaristica, si ripete di credere in Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo in modo meccanico, senz’alcun senso profondo di quanto ciò possa voler dire.

Del Padre si ha un concetto meramente intellettuale come il Fattore di ogni cosa, del Figlio un concetto prettamente umanistico (sarebbe il predicatore di una giustizia spesse volte puramente terrena), dello Spirito nessun concetto al punto da parere un’entità astratta. Oso dire che questo contraddistingue il 90 per cento dei cattolici, almeno, giusto per rimanere in Italia. Le formule del Catechismo, anche tradizionale, non aiutano ad andare in profondità dal momento che fanno ripetere meccanicamente al cristiano dei concetti che, in realtà, non toccano l’intimo della sua persona.

Il cristiano rimane così impermeabile alla Rivelazione alla quale asserisce di credere mentalmente. È utile, a tal proposito, fare il parallelo con l’esperienza di un ex musulmano divenuto cristiano ortodosso. 
Tale esperienza è pubblicata in un sito web gestito dalla Chiesa russa.

Questa persona, ad un certo punto, asserisce che l’unicità di Dio nell’Islam impedisce un concetto tripersonale dello stesso, come si sostiene nel Cristianesimo, ma tutto ciò si riflette, a livello di chi vi crede, in una fede puramente intellettuale: Dio si può conoscere, ad esempio attraverso l’armonia del creato, ma non si può esperire, rimanendo Egli assolutamente al di fuori e al di là di ogni realtà creata. Egli è l’altissimo, il totalmente altro.

“Ho riconosciuto che Dio esisteva, che dovevo crederlo e adorarlo, ma come ho detto di recente, il mio concetto di Dio come musulmano non mi ha permesso di sperimentarlo” [1].

Questa frase sintetizza un punto importantissimo che sfugge ai più nel nostro Cristianesimo occidentale: il modo di credere influenza il proprio orientamento verso Dio e, di conseguenza, la possibilità di sperimentarlo o meno.

L’Islam è verticalità assoluta, brivido incontenibile per la trascendenza di Dio; è come vedere una montagna che si staglia verticalmente dai nostri piedi per migliaia di metri al di sopra di noi e non poterla assolutamente scalare.

Il Cristianesimo, credendo in un Dio che si è fatto carne nella sua seconda persona, Gesù Cristo, ha dato un volto a Dio, un volto storico che ne ha permesso la riconoscibilità. Credere in Gesù Cristo, come seconda persona della Trinità divina, significa credere possibile che Dio sia riconoscibile e che partecipi alla nostra vicenda umana.

Ma c’è molto di più e questo è rappresentato dallo Spirito Santo. Egli è la terza Persona della Trinità. Il fine dei cristiani, secondo san Serafino di Sarov, è quello di avere in sé lo Spirito, questo Spirito che, pur non lasciando mai la Trinità come Persona, si effonde sulla creazione intera come energia, come forza divina.

Qui le teologie cristiane si distanziano. E’ noto come la riflessione prevalentemente intellettuale, nel Medioevo latino, abbia rifiutato il concetto dello Spirito come energia [2], preferendo definire la stessa grazia sacramentale come una realtà soprannaturale ma creata.

In Oriente non è così ma com’è sempre stato: si crede che lo Spirito Santo, come forza o azione divina, intervenga nel creato e nei sacramenti. Questo da la possibilità all’esperienza poiché l’impatto di una forza trascendente nell’animo umano non può non segnarlo, cambiarlo o, come si dice in Oriente, divinizzarlo.

“Credo nello Spirito Santo che è Signore e da la vita” dev’essere inteso esattamente così: la terza Persona dell’Unico Dio, nella sua energia (che condivide con le altre Persone) cambia il creato e l’uomo che l’accoglie. Il fine della Rivelazione cristiana, dunque, è l’assunzione dello Spirito Santo in se stessi e l’esperienza della pace che ne deriva la quale supera ogni genere umano di pace.

Così, nell’unico Dio della Rivelazione cristiana, il Padre rappresenta l’estrema verticalità o trascendenza, il Figlio la riconoscibilità e lo Spirito Santo, l’esperienzialità per l’uomo.

L’Islam, al contrario, rappresenta un regresso, come si coglie dalle  parole di chi l’ha lasciato e di cui sopra offro un esempio. 

Purtroppo oggi gran parte dei Cristiani, avendo un concetto al più solo intellettuale di Dio, sono inconsapevolmente pronti ad accogliere l’Islam, piuttosto che volgersi alla pienezza della Rivelazione cristiana a loro assolutamente ignota. 
Questo è un dato di fatto, ulteriormente accelerato dall’atteggiamento di un papa eufemisticamente “più che benevolo” verso i discepoli di Mohammed.

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[1] Vedi qui. L'autore prosegue: "
Io la vedo così: Il Dio di Israele non è stato pienamente realizzato fino all'Incarnazione della Parola di Dio, cioè Gesù Cristo, che ha rappresentato il più grande, gigante e profondo passo avanti nella storia dell'umanità. Lo definirei il più grande cambio di gioco nella storia dell'umanità stessa.

Quindi circa sei secoli dopo si ha Maometto, che ha riportato indietro l'orologio, per così dire, e, rifiutando l'Incarnazione e gli atti salvifici del Signore Gesù Cristo, ha in effetti riportato l'umanità sotto la Legge derubando, in coloro che lo seguirono, la verità su Dio in quanto rivelato attraverso il suo Figlio unigenito e il Suo Spirito Santo. ". Ibid.

[2] Secondo la filosofia sottesa alla teologia latina medioevale, ammettere in Dio la presenza di un'energia che si diffonde nel mondo lederebbe la semplicità divina. Ma se ci atteniamo strettamente a queste logiche razionali, saremo ugualmente costretti a negare la trinità perché contraria all'unità divina! In realtà nella rivelazione cristiana esistono le cosiddette antinomie, ossia la compresenza di realtà che, per la razionalità umana, sono antitetiche. Ecco perché si crede nella trinità e nello stesso tempo nell'unità di Dio ed ecco perché è possibile (e si deve!) accettare la presenza dell'energia divina che non scalfisce la semplicità dell'essere divino. Al contrario, e portando alle sue ultime conseguenze il discorso che nega le antinomie, si dovrebbe dare ragione all'Islam.