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venerdì 1 aprile 2016

L'importanza e il senso del simbolismo nella Liturgia


Quest’articolo, tradotto da un recente libro, è di fondamentale importanza e mostra che il simbolo, nell’ambito della liturgia cristiana, si è progressivamente oscurato in Occidente creando danni enormi. Tale oscuramento inizia a prodursi pure nell’Oriente cristiano. Tuttavia, senza una precisa conoscenza e coscienza di cosa sia il simbolo nella liturgia è impossibile vivere e comprendere le antiche liturgie cristiane e si finirà per crearne di nuove, in totale rottura con le antiche.

La Liturgia, lo abbiamo mostrato, è un’anamnesi che attualizza l’unico sacrificio di Cristo, compiuto nel tempo attraverso la Sua economia salvifica tra noi e, allo stesso tempo, una realtà e un valore eterno, un significato e un’efficacia per ogni istante e per ogni tempo (cfr. Ebr 10, 12-14), ciò che viene manifestato ogni volta dalla Liturgia stessa.
Il sacrificio di Cristo nella Liturgia è, ciononostante, un sacrificio incruento, come dice la prima parte della Liturgia dei fedeli [di san Giovanni Crisostomo] e la preghiera collegata all’inno dei cherubini. San Germano di Costantinopoli parla di un “sacrificio razionale” e “mistico” (1) e san Nicolas Cabasilas d’un sacrificio “spirituale” (2).
Ciò significa che non si compie allo stesso modo realistico del sacrificio originale di Cristo, alla fine della sua vita terrena a Gerusalemme. Fosse così, non si sarebbe compiuto “una volta per tutte” ma sarebbe reiterato e non ci sarebbe stato un sacrificio unico, di portata universale, ma una moltitudine di sacrifici, di portata particolare.
Ecco perché il sacrificio avvenuto lungo la Liturgia pur essendo reale ed essendo, come abbiamo detto, un’anamnesi, ossia un’attualizzazione dell’unico sacrificio di Cristo, prende una forma simbolica e si compie dietro le apparenze del pane e del vino e attraverso una moltitudine di altri simboli. Certi Padri, come Dionigi l’Areopagita o Massimo il Confessore, hanno parlato di simboli per la stessa eucarestia, non per negare che il pane e il vino divengono realmente il corpo e il sangue di Cristo, ma per notare che il corpo e il sangue di Cristo non assumono la forma di una carne insanguinata, ma conservano l’apparenza esterna del pane e del vino, essendo “misticamente” corpo e sangue di Cristo, ossia in modo nascosto.
Teodoro dice che il sacrificio liturgico è “ad immagine delle realtà celesti” che la fede ci permette di vedere spiritualmente attraverso diversi simboli:

I sacerdoti della Nuova Alleanza ripetono continuamente, in ogni luogo e tempo, lo stesso sacrificio. Effettivamente il sacrificio che nostro Signore ci ha offerto accettando la morte è unico. […] Tutti noi, dunque, in ogni luogo, in ogni tempo e continuamente, celebriamo l’anamnesi di questo stesso sacrificio: “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo da questo calice, commemoriamo la morte del Signore affinché egli venga” (1 Cor 11, 26). La celebrazione di questo terribile sacrificio è dunque immagine delle realtà celesti. […] La fede ci permette di vedere nel nostro spirito le realtà celesti e di considerare che Cristo, morto per noi, risuscitato e salito al cielo, è oggi ancora immolato attraverso questi simboli. Poiché noi consideriamo, con i nostri occhi, con fede, questa anamnesi ora celebrata, siamo condotti a vedere ancora che Cristo muore, risuscita e sale al cielo come lo fece un tempo per noi (3).

La Liturgia, dunque, esprime l’unico sacrificio di Cristo contemporaneamente temporale e atemporale, attraverso diversi mezzi simbolici, particolarmente delle parole e diversi segni sensibili che costituiscono il suo rituale.
Dopo aver affermato che la Liturgia è “un’anamnesi della vera immolazione”, Teodoro di Mopsuestia spiega:

Il pontefice, effettivamente, compie realtà celesti attraverso dei segni e delle figure e il sacrificio da lui celebrato è una manifestazione di tali realtà. I suoi atti sono come un’immagine della Liturgia celeste (4).

Una ragione collegata all’utilizzo permanente del simbolismo nella Liturgia è che il celebrante (vescovo o prete) non è propriamente il prete ma un’immagine del Gran Sacerdote, Cristo, al quale un’espressione liturgica dice: “Sei Tu che offri e Tu che sei offerto, Tu che ricevi e Tu che sei distribuito”. Teodoro di Mopsuestia dice a tal proposito:

Poiché nostro Signore si è offerto in sacrificio ed è così divenuto per noi Gran Sacerdote, “colui che sta presso l’altare è immagine lui stesso del Gran Sacerdote”. Non offre il proprio sacrificio ed egli non ne è neppure il vero Gran Sacerdote. La Liturgia di quest’ineffabile sacrificio viene da lui compiuta attraverso dei simboli che rappresentano, attraverso dei segni, le realtà celesti (5).

Abbiamo pure visto ugualmente che la Liturgia è un anticipo del Regno dei cieli di cui essa ci dona la caparra, di cui essa ci permette di gustare le primizie ma non ancora pienamente e che ci sarà data nell’al-di là, dopo la resurrezione e l’ultimo giudizio. È quanto spiega san Massimo nel suo commento alla Liturgia:

Attraverso la grazia della fede, crediamo di partecipare proprio qui, nella presente vita, a questi doni dello Spirito santo; nel tempo futuro [crediamo di avervi parte], nella verità, in modo sostanziale, nella realtà stessa, secondo la speranza indefettibile della nostra fede e la promessa sicura e infallibile di Colui che l’ha fatta. Se abbiamo osservato i comandamenti meglio possibile, crediamo che vi parteciperemo quando passeremo dalla grazia nella fede alla grazia nella visione, ossia quando nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo ci trasformerà in Lui stesso levandoci le stimmate della corruzione che ci segnano e ci farà dono dei misteri che ci sono stati prefigurati attraverso i simboli percepibili da quaggiù (6).

Questi concetti raggiungono le spiegazioni di Teodoro di Mopsuestia:

Per il momento, benché, secondo la parola dell’apostolo Paolo, saremo chiamati da Cristo ad entrare nella Nuova Alleanza, non abbiamo ancora ricevuto la salvezza e la vita se non nella speranza di esse. Infatti non possediamo ancora le vere realtà, poiché attendiamo pazientemente “di lasciare questo corpo per dimorare presso il Signore, è nella fede e non nella chiara visione che camminiamo” (2 Cor 5, 8). Non avendo ancora ricevuto i beni celesti, viviamo per la fede fino al giorno in cui raggiungeremo nostro Signore in cielo per vederLo non più come attraverso uno specchio, in modo confuso, ma faccia a faccia. Oggi noi avanziamo nella fede verso Cristo, nostro Gran Sacerdote, primizia dei beni che ci sono destinati. Attendendo di ricevere, nel tempo fissato, attraverso la resurrezione, tutti questi beni, abbiamo ordine di celebrarli quaggiù per mezzo di simboli e di figure (7).

Nella Liturgia, come in tutti i misteri o sacramenti nella Chiesa ortodossa, i simboli sono onnipresenti, nei gesti negli oggetti e nelle parole del rituale (8).
Una prima questione che si pone su questi simboli è quella del loro ruolo e del loro senso.
Nel suo libro L’Eucarestia, sacramento del Regno, nel quale si sostiene un’importante dimensione critica verso la comprensione e la pratica tradizionale e dove si intende rivoluzionare l’approccio verso l’Eucarestia, p. Alessandro Schmemann si schiera contro l’approccio “esplicativo” dei simboli liturgici. Secondo lui, il simbolo non dev’essere spiegato come se rinviasse a qualcos’altro che c’inserisce immediatamente nel mistero (9).
Siamo d’accordo se si tratta di rifiutare una comprensione intellettualista del simbolismo, poiché precisamente i simboli (in generale) son sempre utilizzati relativamente a delle realtà astratte, o a delle realtà inaccessibili alla ragione, difficili da comprendere e inconcettualizzabili e che, dunque, devono essere avvicinate e afferrate con un altro mezzo. Più spesso il simbolo si fa percepire dai sensi e vuole esprimere in modo sensibile una realtà sovrasensibile, metafisica e spirituale.
È pure vero che i simboli hanno una capacità di integrarci alla Liturgia attraverso un mezzo che non è solo quello, limitato, del pensiero ma anche del nostro corpo (attraverso i sensi che percepiscono i simboli nella loro dimensione sensibile) e delle disposizioni che i simboli producono nell’anima manifestando così il loro valore operativo e non solamente speculativo. Perciò san Nicolas Cabasilas spiega:

Ciascuno [dei gesti che si compiono nel corso della Divina Liturgia] si fa per l’utilità presente ma, allo stesso tempo, simbolizza qualcosa delle opere di Cristo, delle sue azioni e delle sue sofferenze. Ne abbiamo un esempio nel trasferimento del santo Vangelo all’altare e in seguito nel trasferimento delle oblate. L’uno e l’altro hanno la loro opportunità: il primo per leggere il Vangelo; il secondo perché si compia il sacrificio. Entrambi significano l’apparizione e la manifestazione del Salvatore: dapprima la manifestazione ancora oscura e imperfetta, all’inizio della sua vita; in seguito la suprema e perfetta manifestazione. Vi sono certi riti che non hanno alcuna utilità pratica; non sono compiuti se non per un simbolismo, ad esempio il fatto di forare il pane e di tracciarvi il segno d’una croce […]. Per quanto riguarda i riti compiuti nella liturgia delle oblate, hanno tutti rapporto con l’economia dell’opera del Salvatore. Il loro fine è quello di porre sotto i nostri occhi lo spettacolo di questa divina economia per santificare le nostre anime e, attraverso ciò, abilitarci a ricevere questi sacri doni. […] Le disposizioni con le quali bisogna avvicinarsi ai santi misteri e senza le quali sarebbe assolutamente empio gettare su di essi anche un semplice sguardo, [sono] il rispetto, la fede e l’amore pieno di fervore per Dio.
Bisognava pure che una contemplazione capace di inculcarci questi affetti fosse significata nell’ordinamento della sacra Liturgia. Bisognava che non considerassimo solo con il pensiero, ma pure che vedessimo in qualche maniera con i nostri occhi l’estrema povertà del Ricco per eccellenza, la venuta quaggiù di Colui che abita in tutti i luoghi, gli obbrobri del Benedetto, le sofferenze dell’Impassibile; di quale odio è stato oggetto e quanto ha amato, fin dove si è umiliato l’infinitamente Grande, quali sofferenze ha sopportato, quali azioni ha compiuto per prepararci questa tavola dinnanzi a noi. Ammirando così la novità dell’opera salvifica, meravigliati dall’abbondanza della misericordia, siamo portati a venerare Colui che si è preso pietà di noi fino a questo punto, Colui che ci ha salvati a questo prezzo, a confidargli le nostre anime, a rimettergli la nostra vita, a infiammare i nostri cuori nel fuoco del suo amore.
Disposti in tal modo, possiamo in maniera sicura e semplice avvicinarci al braciere degli augusti misteri.
Di fatto, per porsi ora in tali disposizioni, non è sufficiente avere appreso una volta le cose di Cristo e conservarne la conoscenza; bisogna pure attualmente avere lo sguardo del pensiero fisso su tali verità e contemplarle, sforzandoci di allontanare ogni idea estranea ad esse se veramente vogliamo, in vista di questa santificazione, far divenire l’anima adatta a quanto ho detto. Effettivamente, se teniamo conto delle esigenze della pietà, […] e se nel momento della celebrazione dei misteri non consideriamo con cura tutte le cose attaccando, al contrario, il nostro spirito ad altri oggetti, non traiamo alcun profitto da tale conoscenza: non può inculcarci nulla degli affetti precedentemente evocati. Poiché le nostre disposizioni corrispondono ai pensieri che ci occupano e i sentimenti da noi provati sono quelli che tali pensieri producono in noi.
Ecco perché è stato immaginato il simbolismo di cui ho parlato che non si limita solo a significare tutto ciò con delle parole ma le pone interamente sotto i nostri occhi e tutto ciò visibilmente attraverso l’intero corso della Liturgia: da una parte ciò avviene per agire più facilmente sulle nostre anime, non per offrirci una semplice visione, ma ancora per disporre in noi un sentimento, poiché una rappresentazione visuale può produrre in noi un’impressione più profonda (10). D’altra parte è pure per non favorire l’oblio e per non lasciare il pensiero volgersi verso un altro oggetto fino al momento in cui siamo condotti alla sacra tavola. Ripieni, dunque, di tali pensieri e con la memoria nel suo pieno vigore, partecipiamo ai divini misteri, aggiungendo in questo modo una santificazione ad un’altra, quella del rito a quella delle contemplazioni (11).

È per tanto falso credere, come fa p. Alessandro Shmemann, che il simbolo abbia un valore per se stesso e non rinvii a un’altra cosa o non abbia rapporto con la cosa alla quale egli rinvia. Ogni simbolo è fondato su un rapporto analogico con quanto simbolizza, questo rapporto è a volte convenzionale ma più sovente naturale. Così i veli utilizzati lungo la liturgia per coprire il diskos e il calice possono simbolizzare la collocazione nella tomba attraverso la loro analogia con il lenzuolo funebre e la loro caratteristica avvolgente. Il grande velo (o aìr) può pure simbolizzare gli angeli per la sua ampiezza, la sua flessibilità e la sua capacità di muovere l’aria quando lo si agita nel momento del Credo, analogamente con le ali degli angeli.
Ciononostante, analogia non vuol dire identità e dunque il simbolo crea una prossimità con quanto simbolizza, ma testimonia allo stesso tempo una distanza, il che gli permette di non essere confuso con la realtà stessa e di manifestare attraverso i suoi limiti il carattere trascendente di tale realtà.
Per quanto utilizzati per indicare delle cose difficilmente comprensibili o inesplicabili, e date alla contemplazione piuttosto che alla speculazione intellettuale, i simboli devono essere interpretati e spiegati nella misura del possibile, altrimenti danno l’impressione d’essere degli atti o degli oggetti privi di senso, favorendo un approccio sia oscurantista che formalista, finendo così per essere rifiutati o abbandonati. È ciò che è successo nel quadro del cattolicesimo romano in Occidente che, in occasione della riforma liturgica ispirata dal concilio Vaticano II, ha seguito il protestantesimo nella via dello spogliamento, svuotando la messa e i rituali sacramentali da una grande parte dei loro simboli con il pretesto che i fedeli (e spesso i preti) non li comprendevano più. Come abbiamo mostrato altrove (12), la Chiesa ortodossa è minacciata dallo stesso fenomeno attraverso alcuni vescovi e preti, ispirati per lo più dai riformisti della Scuola di Parigi (Nicolas Afanassieff, Paul Evdokimov, Alexandre Schmemann), per cui tralasciano nelle loro diocesi o parrocchie un certo numero di simboli liturgici, sia perché questi si oppongono alle loro concezioni (ad esempio le porte sante restano aperte o l’iconostasi è smantellata – o non edificata – per la ragione che tutto ciò si oppone a una concezione dell’assemblea come insieme indifferenziato), sia perché tali simboli non sono più correttamente compresi.
Padre Alessandro Shmemann si oppose molto chiaramente, in più sue opere (e in particolare nel suo Journal) a tutta la tradizione mistagogica bizantina (rappresentata particolarmente da Dionigi l’Areopagita, san Massimo il Confessore, san Germano di Costantinopoli, san Nicola Cabasilas o san Simeone di Tessalonica) che si è, al contrario, sforzata di rivelare la ricchezza di significato dei simboli liturgici. L’ermeneutica (ossia l’interpretazione dei simboli) è inerente all’esegesi che tutti i Padri hanno praticato nelle loro omelie o nei loro scritti e che è uno degli impegni della predicazione nella Chiesa.
Noi riteniamo che tale tradizione ermeneutica costituisca il buon approccio ma che essa non debba essere razionalizzata ma vista in modo contemplativo, ossia sia in modo intelligente che orante, in un termine: in modo spirituale.

(Jean-Claude Larchet, La vie liturgique, Paris 2016, pp. 178-184)
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Note

1) Sulla Divina Liturgia, 37.
2) Spiegazione della Divina Liturgia, LI, 1.
3) Omelie catechetiche, XV, 19-20.
4) Ibid., 15.
5) Ibid., 21.
6) Mistagogia, XXIV, PG 91, 704D-705A.
7) Omelie catechetiche, XV, 17.
8) Precisiamo “nella Chiesa ortodossa” poiché nel Cattolicesimo romano, in seguito al concilio Vaticano II, un gran numero di simboli sono stati soppressi; nelle cerimonie protestanti, dove il cristianesimo ha raggiunto il più basso grado della secolarizzazione, il simbolismo è divenuto praticamente inesistente.
9) L’Eucarestia, sacramento del Regno, Parigi 2005, pp. 21-26.
10) Sottolineato da noi.
11) Spiegazione della Divina Liturgia, I, 9-14.
12) “Alle fonti dei tentativi di riforme liturgiche di questi ultimi decenni in certe parrocchie ortodosse: le opere di padre Alessandro Shmemann e di padre Nicolas Afanasieff”, Црквене Cmyouie / Church Studies, 9, 2012, p. 397-408.

lunedì 18 gennaio 2016

La tradizione cristiana, la vita mistica, la sapienza, il simbolismo.

"I monaci sono come i fari nella notte. Senza fari le navi si scontrerebbero sugli scogli" (San Paisios l'Atonita)

Un blog non è mai la sede ideale nella quale dipanare approfonditamente certi temi del Cristianesimo poiché si rischia sempre di essere sommari, generalizzanti, lasciando in secondo piano elementi che non possono essere trascurati. Conscio di questo limite nel quale io stesso potrei cadere, cerco di affrontare nel modo più comprensibile possibile quanto ho espresso nel titolo di questo post (*).

La tradizione cristiana

Il termine “tradizione” è fondamentale. Nell'ambito del Cristianesimo si riferisce ad un insegnamento trasmesso da Cristo agli apostoli (la cosiddetta “Tradizione” con la “T” maiuscola) e da disposizioni ecclesiastiche stabilite nel tempo (la cosiddetta “tradizione” con la “t” minuscola). Non tutto quanto è stato scritto nei Vangeli appartiene al tesoro dell'insegnamento cristiano, poiché se tutto fosse stato scritto non ci sarebbero stati libri a sufficienza per poterlo contenere. La tradizione è, allora, tutto un bagaglio di insegnamenti provenienti da Cristo e dalla Chiesa con i quali non solo si impara a leggere le Scritture ma ci si orienta a seguire Cristo stesso. Tra Tradizione e tradizioni intercorre un intimo rapporto poiché una è per le altre e tutte concorrono all'edificazione del cristiano. Prima di toccare le tradizioni ecclesiastiche, bisogna sinceramente chiedersi se, con ciò, non si intacca la stessa Tradizione, domanda, questa, che nel nostro ambito quasi nessuno si pone.
Detto ciò, bisogna immediatamente chiarire una cosa. La tradizione e la Rivelazione non sono una semplice “lezione di vita”, una descrizione razionale di “diritti e doveri” dell'uomo dinnanzi a Dio, un semplice elenco di cose da credere per fede per ricevere, un giorno, la ricompensa del Paradiso, un esempio di vita morale. Non sono neppure l'espressione “logica” di una filosofia contro l' illogicità di chi vive contro il vangelo. Nei secoli la Rivelazione e la tradizione che la veicola sono state progressivamente ridotte a ciò perché lentamente è stata persa la prospettiva realmente soprannaturale nella quale è stato espresso il messaggio evangelico. Ridurre la fede nei confini della sola ragione, come fece Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) è indice del cammino religioso della cultura europea occidentale. È inutile dire che Heghel ha sbagliato filosofizzando il Cristianesimo, se non si ha l'onestà sufficiente per accorgersi che, ben prima di lui, nello stesso ambito ecclesiastico sono stati posti tutti i presupposti perché ciò avvenisse.
Ora, che il Cristianesimo si serva di parole e concetti di tipo filosofico per poter comunicare un messaggio, è appurato al punto che, se non lo facesse, non potrebbe comunicarlo. Ma il messaggio, è bene evidenziarlo, non è solo umano ma divino-umano e, per essere realmente compreso, è necessario che la persona si raffini spiritualmente, passi da conversione a conversione, si purifichi e si illumini, per usare dei termini cari all'ascetica cristiana. Se la tradizione cristiana è retaggio di una comprensione unicamente o prevalentemente razionale, si ha l'illusione che, usciti da uno studio approfondito su di essa, se ne possa sapere tutto. Questo è un mito ma è esattamente su questo mito che si fondano gran parte delle scuole di teologia che ci circondano nelle quali prevale un sapere teologico di tipo razionale. La razionalità non è qualcosa della quale dobbiamo disfarci, bene inteso, ma ha un campo di applicazione: le realtà create (il mondo che ci circonda). Applicata alle realtà create, la razionalità crea le cosiddette scienze e il sapere scientifico. Il sapere teologico non può mai essere definito “scienza” proprio perché non si applica alle semplici realtà create ma a realtà increate (il mondo divino) e a realtà create trasformate da quelle increate (la divinizzazione per grazia dell'uomo da parte di Dio). Una teologia rispettosa del mistero divino non fa il discrimine “scientifico-filosofico” di ogni azione divina perché è impotente a soppesare razionalmente Dio. Una teologia rispettosa è “descrittiva”, racconta cosa avviene, lo registra, come può fare un chimico esaminando una reazione in laboratorio, ma non è in grado di farne una descrizione scientifica e analitica, tanto meno filosofica. Cercare una dimostrazione razionale nella Monotriade divina, significa fare un buco nell'acqua perché per la razionalità umana uno non sarà mai tre, l'unità non sarà mai la pluralità. Le stesse distinzioni di "persone" divine in un solo "essere" (o sostanza) divina, non è una spiegazione razionale ma la descrizione, in termini filosofici, della rivelazione divina. L'errore è partire da questi termini filosofici per credere di penetrare con l'intelletto umano su quanto è e rimane impenetrabile!
A tutt'oggi, per fortuna!, nessuno si è arrischiato a spiegare scientificamente i miracoli. Forse lo scienziato ateo ha cercato di negarli, adducendo delle teorie, ma nessuno ha spiegato scientificamente come il miracolo avviene e perché.
L'atteggiamento dinnanzi ai miracoli, dovrebbe essere un atteggiamento da assumere per ogni realtà soprannaturale cristiana. Di conseguenza, la tradizione non è la descrizione scientifica e rigorosa degli insegnamenti di Cristo con i quali capire razionalmente i “misteri” della vita trinitaria e della rivelazione cristiana. La tradizione è la trasmissione di un insegnamento a cui credere per fede e che, in determinate condizioni, è possibile sperimentare. Il fine della tradizione, medesimo a quello della rivelazione che serve, è la trasformazione dell'umano nel divino, non la creazione di accademie e di infiniti (e spesso inutili perché unicamente mondani) ponti razionali tra cultura e fede.

La vita mistica

Se la tradizione ci introduce in una sorta di “sperimentalismo cristiano” è da qui che prende avvio quella che chiamo “vita mistica”. La “vita mistica”, come lo stesso concetto di tradizione, può essere soggetta a distorsioni e cattive comprensioni. In realtà, non è altro che una vita “nascosta” in Cristo. Il mistico cristiano non è altro se non chi vive realmente e a livello intenso il Cristianesimo. Nell'alto medioevo la mistica cristiana si è conservata nei monasteri, un po' come oggi stesso nell'Oriente bizantino, al punto che mistico è sinonimo di monaco. Si è visto qualcosa del genere con i fondatori dei carmelitani scalzi, in piena età controriformista.
Per una strana sorte, tutto il mondo mistico del Cristianesimo è sempre stato rappresentato come qualcosa di astruso, astratto, bello ma eccessivo, non adatto al popolo e al suo insegnamento. Così, la mistica cristiana è stata di fatto confinata dal grande ambito del Cristianesimo, lasciata, al più, a chi si riteneva essere "più bravo" ma che per la sensibilità comune era oramai valutato solo come eccentrico. Non a caso tutta l'impostazione carismatica bizantina (che affonda qui le sue radici) è valutata con sospetto, come segno di eccentricità e di poco realismo cristiano.
Il confino della mistica cristiana, nasce soprattutto dalla cattiva fede di chi, in ambito accademico, ha la presunzione di poter esaurire il Cristianesimo in ambiti scientifici e filosofici! La mistica cristiana è lì, silenziosa, a ricordare che Dio è ineffabile, inesprimibile ma pur sempre sperimentabile nella sua grazia. L'ineffabilità divina non può che relativizzare tutti i tentativi tronfi dell'uomo di poter “ingabbiare” il Cristianesimo in ambiti logico-razionali. Il misticismo non è contro la razionalità ma totalmente al di sopra di essa: l'uomo reso Cristo sa benissimo che la sua comprensione naturale precedente non è che ombra, anche se fosse religiosissima.
Faccio appello a Teresa d'Avila, per non scomodare i santi bizantini che creerebbero allergia in chi si sente  più papalino del papa e non capisce la profondità di certi discorsi. Ebbene, costei da un certo momento in poi parla di un “secondo battesimo” per indicare che la sua vita precedente, pur essendo religiosa era animata da una conoscenza spirituale umbratile, insufficiente, penosamente carente. Tanto il filosofo si riempie di parole e viene tentato di afferrare l'invisibile con il suo intelletto, tanto il mistico tace, si ferma alle porte del mistero, comprende che non è il cervello ad essere importante per Cristo ma il cuore. Questo non per impotenza divina (sarebbe bestemmiare!) ma per struttura umana: il cervello ha la rappresentazione fantasmatica del reale sotto forma di idee, il cuore ha l'intuizione diretta della realtà. Gli asceti antichi, infatti, dicevano che il demonio può ingannare la mente che crea i suoi idoli ma Dio parla al cuore.
D'altronde se il cervello fosse stato importante, Cristo avrebbe cercato i suoi discepoli nelle scuole rabbiniche, tra i saggi del tempio, non tra i poveri e ignoranti pescatori! “La scienza gonfia”, hanno sempre ripetuto i padri della Chiesa per i quali era fondamentale il percorso monastico, ossia mistico. Non a caso i nomi più significativi tra essi, finite le accademie del loro tempo, si immersero nella vita monastica. Questo, è bene ricordarlo!, è completamente smarrito nel nostro tempo in cui gli stessi monasteri occidentali hanno ben poco del monachesimo antico. Con quali armi, dunque, affronteremo la scristianizzazione attuale, se, deprezzato il monachesimo e la via mistica, ci muoviamo con le armi spuntate della sola razionalità?

La sapienza

Il Cristianesimo, infatti, non è una lezione filosofica e razionale ma l'espressione di una sapienza nascosta nei secoli (cfr. 1 Cor 2, 7). La sapienza per definizione non può essere afferrata compiutamente dalla razionalità perché pare ad essa illogica, sfuggente, ambigua, contraddittoria. La sapienza, rettamente intesa, si appoggia sull'esperienza del divino. La razionalità, al contrario, agisce solo sul campo umano. Sono campi ben distinti. Cristo, perciò, è molto più simile ad un Sophòs che ad un esempio morale e ad un maestro di vita. Eppure, anche negli ambiti più tradizionali del Cristianesimo occidentale, tutto ciò non è affatto chiaro. Ad inquinare le acque ci sono secoli di interpretazioni culturali che hanno trasformato la sapienza cristiana in un semplice insegnamento umano, filosofico, morale, sganciandolo sempre più progressivamente dallo “sperimentalismo cristiano” dei mistici. Non meraviglia che le correnti più progressiste del Cristianesimo occidentale si siano spinte a “demitizzare” il vangelo, ritenendo i fatti soprannaturali in esso narrati dei puri miti, dei modi di dire. Ancor oggi trovo una sottile ma reale unione tra i cosiddetti tradizionalisti e i progressisti cattolici, unione data da un approccio di tipo troppo razionale che finisce, in definitiva, per sminuire e snervare l'importanza del mistero divino nella vita cristiana. Entrambi hanno la tentazione di porre al centro di tutto non Dio, come dovrebbe essere, ma loro stessi, non l'azione divina ma la loro umanissima interpretazione.
Rivalutare la Rivelazione nei termini sapienziali riporta il tutto nei giusti equilibri ed obbliga ad una comunicazione sempre meno discorsiva e sempre più simbolica.

Il simbolismo

Ne ho parlato diffusamente nel mio blog. Di simboli è piena la nostra stessa vita, anche se li diamo per scontati e non ce ne rendiamo conto. La tendenza attuale, viceversa, è quella di spogliare il Cristianesimo dei suoi simboli tradizionali con il risultato che lo rendiamo inespressivo. Il simbolo può giustamente non essere compreso dal punto di vista razionale ma con ciò non può non essere vissuto. 
Faccio un esempio. Nel giubileo indetto dal presente papa, è stata creata una “porta santa” in un ambiente carcerario. La stampa lo ha generalmente riferito senza specificare che la porta doveva introdurre in una chiesa. Il messaggio è chiaro dal punto di vista vitale, anche se può non essere razionalmente compreso: si associerà al termine “santo” un luogo di sofferenza e di detenzione, un luogo in cui si bestemmia Dio, non un luogo in cui si eleva l'animo e si benedice Cristo. La "porta santa" se non introduce in una chiesa ma in un luogo prettamente laico (i chierici attuali, si sà, hanno una certa allergia al sacro!) è la realizzazione concreta di un simbolo ambiguo o addirittura rovesciato che imprimerà un profondo messaggio negativo nella coscienza delle persone, molto più  di mille discorsi.
Faccio un altro esempio. Razionalmente parlando è incomprensibile il bisogno di fare sulle oblate della Messa latina tradizionale tre segni di croce, in luogo di uno. Giustamente, abbandonando la chiave  di lettura simbolica, la ripetizione di segni e simboli è stata vista come atto superstizioso e magico fino ad essere valutata da qualche psicoanalista come possibile segno di patologia psichica. Così, con il prevalere della lettura razionalista, anche il simbolo è cambiato: i tre segni di croce sono stati aboliti e praticamente nessuno ne ha sentito la mancanza.
Se sfugge il fatto elementare che la comprensione razionale non coincide con la sapienza e con lo sperimentalismo cristiano (i misteri li vivo anche se non li capisco) si finirà inevitabilmente per depauperare all'inverosimile il Cristianesimo  esponendolo ad ogni genere di riforme soggettive sempre più umilianti, come di fatto è accaduto nell'Occidente europeo. 
Il mondo simbolico di una liturgia tradizionale può essere disposto (ma non stravolto né rifondato da zero) solo da un'anima illuminata, da chi è giunto ad un certo livello di comprensione spirituale nella grazia di Dio. Tutti gli altri sono chiamati a rispettare questa disposizione fino al giorno in cui, giunti ad un medesimo livello di illuminazione, saranno in grado di farvi dei ritocchi, tenuto pure conto di nuove esigenze storiche. Analogamente, solo una guida alpina con esperienza può condurre altri in impervi percorsi montani, non chi ha studiato i percorsi stessi sulla sola carta e ha ricevuto, perciò, delle onorificenze accademiche. Non basta essere arcivescovo, metropolita o papa per riformare il Cristianesimo, ossia per purificare la prassi cristiana: bisogna essere santi ma non santi formali, santi mistici in senso profondo, in senso antico! (**) 
I santi autentici, con il tempo, sono riconosciuti da tutta la Chiesa perché si pongono sulla linea della Rivelazione e ne incrementano il significato, non lo sminuiscono, deviando il cammino in direzioni troppo accomodanti e umanistiche, come potrebbero fare dei santi apparenti. Da santi autentici nasce un autentico rinnovo della vita cristiana, cosa impossibile agli altri.

Purtroppo quale "riforma" del Cristianesimo occidentale si è mossa da questa prospettiva "carismatica"? Le ultime, soprattutto, hanno tale taglio "carismatico"? Mi pare di poter rispondere negativamente! Chi cambia disposizioni, liturgie, prassi, lo fa obbedendo a criteri quasi esclusivamente razionali e disciplinari, senza dimostrare di essere giunto a livelli di illuminazione cristiana e senza necessariamente spingere i cristiani in quella direzione. È perfettamente logico, dunque, che con queste disposizioni chi ci rimette le penne è la stessa pietà che finisce quasi per scomparire. I cristiani soggetti a tali riforme disprezzeranno logicamente e inevitabilmente lo stesso mondo simbolico tradizionale con la foga con cui un ignorante potrebbe disprezzare l'ermetismo di una poesia di grande livello. Ecco spiegato l'iconoclasmo in gran parte dell'arte sacra e della liturgia occidentale.

Conclusione

Non saper descrivere convenientemente tutti questi temi in senso cristiano (tradizione, vita mistica, sapienza, simbolismo) da chi ne usa con fini non cristiani o stranamente crederli scontati quando, non solo non lo sono affatto, ma vengono ovunque combattutti, è indice di una compiuta lontananza dalle basi essenziali del Cristianesimo. Non è questione di semplici dettagli o di una “spiritualità” differente e, alla fine, equivalente ad altre; è questione di essenzialità! È stata semplicemente smarrita la via del cuore equivocandola con la via della razionalità. E i frutti si vedono, purtroppo ...


© Traditio Liturgica
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(*) Questo post nasce dall'esigenza di rispondere a chi, contrapponendosi a gnosi e dottrine esoteriche, tende ad avere una lettura esclusivamente razionalistica e filosofica del Cristianesimo (vedi qui). Questa lettura è una forte tentazione anche in ambiti cosiddetti "tradizionalisti" del Cattolicesimo nel quale, di fatto, ha ben poco senso la cosiddetta "vita mistica" rispetto alla filosofia (tomista) e ad una visione moralistico-legale.

(**) Un altro "punctum dolens" molto affliggente è l'odierno concetto di santità sempre più "a buon mercato", in cui basta essere dei semplici "buoni uomini" per essere considerati santi. Questo tipo di bontà puramente umanistica prevale, in Occidente, ma non è sufficiente per dichiarare realmente santo un cristiano. Ancora di più sfugge il profilo autenticamente mistico della vita cristiana!

mercoledì 23 dicembre 2015

Entrerò nella tua casa; mi prostrerò con timore nel tuo santo tempio.


Porta della chiesa di san Ciriaco ad Ancona
Da altre parti di questo blog ho già parlato del formidabile valore simbolico che la chiesa-edificio ha per il cristiano che vi entra con l'intenzione di pregare Dio.

Bisogna tornare su questo tema e insistervi perché gli odierni tempi sono odiosi e tutto congiura contro le antiche e venerabili tradizioni con le quali da sempre si ha nutrito la pietà cristiana.

Dio abita ovunque, questo è assodato, nel senso che la sua presenza da vita e sostiene ogni angolo  remoto del cosmo.

Ma l'uomo è un essere fragile il cui spirito tende a disperdersi nei beni della terra e a dimenticare il Creatore. Per questo motivo esistono le chiese, ossia luoghi particolari nei quali si compie un culto a Dio, ci si ricorda della sua esistenza. Prescindiamo un attimo dal fatto che questo culto si è spesso corrotto ed è divenuto una kermesse, una rassegna spettacolare su sfondo religioso e con poco valore trascendente. Originalmente il culto cristiano non era così ma assolutamente teocentrico, totalmente dedicato alla gloria e alla venerazione di Dio. In una situazione del genere, l'animo umano inizia ad entrare in un'atmosfera trascendente, viene influenzato in senso elevante. La chiesa-edificio è costruita in funzione di questo: fare intuire la realtà ultraterrena nella bellezza degli arredi sacri, nell'armonia delle forme architettoniche, nella serenità dell'ambiente di preghiera, nel suo silenzio contemplativo.
È come essere di nuovo gestati nel seno materno, rinnovarsi nella forma autentica, riprendere vita nel “Dio che rinnova la giovinezza”.

La porta della chiesa-edificio è l'introduzione simbolica ad un nuovo mondo: prima di essa c'è la confusione della piazza, dopo di essa la pace del tempio che vuole anticipare il futuro celeste. Poco importa che oggi non si capisca il simbolo perché comunque sia lo si vive inevitabilmente!

L'uomo che si converte al Cristianesimo, cambia modo di vita. Ma per fare ciò, deve intuire la maestà di Dio, il suo sacro splendore, la percezione della sua grazia per dire in se stesso: “Tu esisti ma sono io a starti lontano, Signore, accoglimi e perdonami!”.

La pace del tempio celeste, simbolicamente presente nella chiesa-edificio diviene, allora, la pace del suo cuore.
Attraversare la porta della chiesa-edificio ha questo significato. 
A tal proposito oso paragonare la porta della chiesa-edificio ad un utero oltre il quale si è nel ventre materno, luogo fertile di vita. Da un certo punto di vista, siamo tutti esseri in formazione, gestati nel ventre della Chiesa.
Se sostituiamo tale significato con altri abbiamo rovesciato il Cristianesimo: scambiato Dio con la terra, la grazia con un'attività mondana, cancellato Maria ed esaltato Marta!

Apertura della porta santa
nella basilica vaticana (1925)
Il mondo cattolico nei suoi giubilei non a caso ha sempre considerato la cosiddetta “porta santa” in una delle porte basilicali o comunque in una chiesa consacrata al culto. A monte c'era questo concetto antico e tradizionale, per quanto il giubileo in se stesso sia investito di un valore teologico che non viene condiviso dalle Chiese orientali.
È comunque universalmene riconosciuto il significato pregnante nell'attraversare la porta di una chiesa-edificio e questo è assai importante.

Non a caso santa Maria l'Egiziana, prima di convertirsi al Cristianesimo e quando era ancora una prostituta, non riuscì ad attraversare la porta di una chiesa nella quale voleva entrare. Solo convertendosi fu in grado di farlo, non prima perché una forza invisibile la tratteneva fuori.
Personalmente sono portato a credere a questi fatti che l'uomo attuale confina in un universo mitico.

Per lo stesso motivo non capisco assolutamente perché si vogliono fare delle “porte sante” per entrare in ostelli della Caritas o in carceri (vedi qui). In questo caso, viene sfruttato un motivo religioso per portare le persone a considerare una beneficenza o una sensibilità sociale e questo li incolla letteralmente su un puro piano mondano. Il pretesto è religioso, il fine è prettamente mondano per quanto apparentemente evangelico.
Chi lo fa incatena lo sguardo dei cristiani al saeculum, sradicandosi dall'antica e verticale pietà con cui lo stesso salmista diceva: “Entrerò nella tua casa; mi prostrerò con timore nel tuo santo tempio” (Sl 25). Senza quell'antica pietà anche l'eventuale beneficienza cristiana non avrà nulla di diverso da una qualsiasi altra beneficienza mondana. Pare essere realmente questo il motivo per cui Cristo dice: "Chi non raccoglie con me, disperde!". E che il nostro sia un tempo di terribili dispersioni non ne ho alcun dubbio...


sabato 12 dicembre 2015

Gravità e compostezza comportamentali. Le grandi dimenticate.

Immagini ieratiche del tempietto longobardo di Cividale del Friuli
La liturgia tradizionale, che ha così fortemente influito sull'arte sacra occidentale e orientale, ha un modus essendi tale da orientare gli spiriti per cui le persone in essa hanno sempre assunto un comportamento composto e grave. Non s'intende un comportamento triste e depresso, perché ogni liturgia ricorda che Cristo, risorgendo dai morti, ha in sé anticipato la sorte futura degli uomini che lo seguono. Si parla di comportamento composto che non conosce le reazioni disordinate riscontrabili talora nella gente di piazza. 
La compostezza da me considerata non è un comportamento da Galateo. Sarebbe qualcosa di formale e di falso. Questa compostezza è un atteggiamento spontaneo che procede interiormente e nasce dal fatto di porre, prima di tutto, lo sguardo sulla propria interiorità nella quale Dio ama abitare con la sua grazia, come hanno sempre ricordato i grandi autori spirituali.
Dominare la passioni, secondo la cultura ascetica e monastica, comporta evitare sia la tristezza e la depressione sia il riso sguaiato, la frenesìa comportamentale (per cui sono sempre stati banditi balli e clamori da stadio) e l'ilarità clownesca.
La conoscenza di queste cose ha orientato generazioni di cristiani e di sacerdoti a tal punto che, non molto tempo fa, si eccedeva in senso contrario: la “musoneria” pareva essere il vero atteggiamento cristiano.
L'odio per le tradizioni e l'autorità, l'ignoranza e la diffidenza verso i sani principi ascetici, hanno prodotto recentemente diverse generazioni di cristiani e di clero in totale sfasatura dagli antichi orientamenti. Per la maggioranza di costoro, la parola d'ordine odierna è godersi la vita, come si riesce e come meglio si può. Il quaerere Deum è stato sostituito dalla ricerca di se stessi e del proprio comodo. In tal modo, lo sguardo si è spostato dall'interiorità all'esteriorità divenendo puramente mondano, psichico, antispirituale.
Il clero, ahimé, è la prima vittima di tutto ciò e il fatto di essere divenuto psichico come tutti lo rende di fatto inabile al suo ministero, appiattendolo ad una routine puramente formale ed esteriore.
In questo modo, chi ha un minimo di buon senso cristiano, riesce a riconoscere quasi dal primo istante se chi gli sta di fronte è persona di particolare profondità o meno. Non parlo di un'impressione superficiale ma di un'intuizione e sensazione interiore ricevuta dal proprio prossimo. La persona molto superficiale, sensuale, mondana mostra immediatamente la sua “carta d'identità” dal modo in cui guarda, sorride, si atteggia, si veste e muove il proprio corpo.
Allo stesso modo, indica da che ambiente proviene, serio o altrettanto facilone e superficiale. La Chiesa, intesa in senso profondo e autentico, non è mai rappresentata dai secondi ambienti ma dai primi anche se dovesse attraversare epoche nelle quali le persone serie sono quasi introvabili.
Questo modo di osservare le cose non è finalizzato ad un giudizio ingeneroso sulle singole persone ma ad un necessario discernimento per sapere con chi si ha a che fare, in modo da non affidarsi ingenuamente a chi non è in grado di guidare gli altri in senso profondo.

Pongo di seguito alcune immagini che renderanno più evidente quanto sto esponendo. Sono divise in due sezioni: clero con formazione tradizionale, clero con formazione antitradizionale. Il fatto di porre clero cattolico e ortodosso assieme, non significa che un chierico cattolico serio sia in tutto necessariamente uguale e interscambiabile con uno ortodosso. Significa che la base comune di una corretta compostezza è in entrambi osservata e nulla più.

CLERO CON FORMAZIONE TRADIZIONALE







L'imagine dello sguardo rivolto all'interiorità è particolarmente evidente in quest'ultima foto. Se un religioso non cura la propria interiorità (che non significa intimismo, perché quest'ultimo è qualcosa di psicologistico), non è un autentico religioso. La foto, infatti, ci indica qualcosa che va oltre la semplice compostezza mostrando la cosiddetta spiritualità.


CLERO CON FORMAZIONE ANTITRADIZIONALE


Il vitalismo pare essere il motore principale del clero attuale.
Il vitalismo, però, non è mai spirituale ma sempre psicologistico.


Il cardinale di New York, mons. Timothy Doland, tristemente noto 


Papa Francesco Bergoglio un "riformatore" destinato a fallire?


Il cardinale Karl Lehmann in una kermesse.

lunedì 9 novembre 2015

Autorità contro Tradizione



Non entrerò nella diatriba pro o contro Bergoglio, per quanto riporti una vignetta tratta da The Spectator che illustra il papa su una palla di demolitore, mentre sta distruggendo il poco che rimane. 

Non è che non abbia una precisa idea su di lui, ma voglio semplicemente cogliere quest'occasione per mostrare che l'impressione del papa distruttore (secondo me non priva di fondamenti) è possibile semplicemente perché l'autorità ecclesiastica è oramai concepita ben al di sopra della tradizione nell'indifferenza dei più, con l'opposizione di una minoranza e il favore di un certo numero di persone. 

Il fenomeno è avvenuto grazie ad un percorso plurisecolare, ad un'eterogenesi dei fini, si potrebbe dire, finendo per giungere a piena maturazione in questi ultimi tempi. 

Come gli epigoni della Scolastica facevano sorridere Erasmo da Rotterdam attirando le sue pungenti ironie, poiché l'ultimo piano dell'edificio teologico era oramai giunto a contraddire la base della rivelazione evangelica, così oggi la gerarchia ecclesiastica giunge a stravolgere la tradizione stessa con pindarici voli retorici. Epoca di decadenza allora, epoca di decadenza l'attuale. 

In un contesto ecclesiale in cui la tradizione non è servita ma relativizzata, conformata e riplasmata ogni volta dall'autorità di turno, è possibile ogni destabilizzazione e, personalmente, non mi ha fatto alcuno stupore che ciò potesse realizzarsi con Bergoglio, poiché ne avevo visto i segni già dopo due mesi del suo pontificato. 

Il fatto che dei cardinali non abbiano avuto alcun problema ad eleggere una persona che mettesse tra parentesi quanto rimane dei concetti tradizionali del Cattolicesimo (non a riformularli come avrebbero pensato i papi precedenti, ma a metterli proprio tra parentesi!) fa pensare che tutto ciò non è un incidente di percorso: oramai temo che quanto sta a cuore a molti gerarchi ecclesiastici cattolici non è la spiritualità, la teologia o la liturgia (neppure quelle cattoliche di un tempo) ma una politica di pura apparenza che attiri il plauso delle masse (il che suggerisce un possibile agnosticismo pratico). 

Che lo si ami o lo si avversi, Bergoglio è veramente il logico frutto del mondo cattolico contemporaneo con il suo bisogno vitale (od ossessivo?) di contemplare il papa nell'eventuale male o bene da esso fatto! È un mondo in cui il fenomeno apparente sostituisce l'essere inteso in senso profondo, il frastuono e la notizia sostituisce il silenzio e la discrezione, un mondo che riflette fedelmente la postmodernità e non potrà mai esserne alternativo, un mondo che ama mirarsi e rimirasi allo specchio ... 

Viceversa, la Chiesa, intesa seriamente, non dovrebbe essere una questione di papa, perché il papa dovrebbe essere solo un umile servitore della tradizione, non un capovolgitore di tutto, dando così effettivamente l'idea e la prova che la sua autorità è al di sopra di ogni cosa e che dovrà essere necessariamente ricordato per una decisione "rivoluzionaria" (= personalismo ecclesiastico!) in modo da superare il predecessore almeno in qualcosa (= orgoglio ecclesiastico?) ... Che contrasto, poi, quando davanti a tali evidenze si sentono discorsi nei quali il papa confessa di non essere un'autorità assoluta nella Chiesa poiché ascolta tutti, in primis le "periferie"! Le parole non possono smentire i fatti: le "periferie" se la pensano contrariamente al papa non avranno alcuna udienza! 

Una Chiesa nella quale si parla più di Cristo e meno di papa (o di un qualsiasi altro chierico responsabile, penso al patriarca nel contesto orientale) è una Chiesa sana, non divisa tra la Chiesa di Apollo, di Cefa e di Paolo (per ricordare l'esempio dell'Apostolo delle genti). 

Il riferimento corale alla tradizione dovrebbe bastare per rimanere attorno a Cristo e portargli la luce che gli si deve, una tradizione intesa come gli strumenti dell'artigiano per costruire un'opera d'arte. Ma, oramai, il termine "tradizione" è una scatola vuota per i più in Occidente o un baule nel quale alcuni vedono ogni sorta di ciarpame. Per giunta, chi fa riferimento ad essa è per Bergoglio un "fariseo" senza alcuna distinzione di sorta! 

E allora non rimane che il papa e questo è sufficiente a riempire il vuoto, mentre sempre più proiettori si accumulano su di lui come su un atteso redentore! Il silenzio contemplativo non può che essere sommerso da un impossibile stridulo ciarlìo. 

Oggi, in qualsiasi modo se ne parli, si parla veramente sempre e troppo di papa, contraddicendo lo stile parco tradizionale antico nel quale le gerarchie ecclesiastiche erano secondarie e in ombra di fronte a Cristo per i semplici fedeli! 

A parole questo papa vorrebbe "declericalizzare" la Chiesa, ma come può farlo se, a fatti, cade in uno dei più smaccati clericalismi al punto che il centro sempre più celebrato è ancora lui? 

Oggi chiedere un po' di silenzio è ormai impossibile. È come chiedere ad un drogato di smettere: tutto il contesto punta ad un accumulo e a un'insopportabile saturazione nella quale, bisogna dire, c'è ben poco di cristiano ...

mercoledì 4 novembre 2015

La contraffazione della Chiesa

La cronaca ci interpella sempre più. 

Non ha fatto a tempo a passare l'eco di mons. Charamsa, con le sue esplosive dichiarazioni su se stesso e sui gay in Vaticano, che scoppia un altro scandalo in cui si fanno rivelazioni a dir poco inquietanti (vedi qui e qui) (1).
Che sta succedendo? Ai più ingenui dico di non meravigliarsi: oramai il "sommergibile" ha oltrepassato la soglia di massima resistenza e sta sprofondando negli abissi. È normale che i punti più deboli inizino a saltare per l'insostenibile pressione a cui il tutto è sottoposto. Se la cosa continua così si può umanamente prevedere un'implosione dell'intero sistema. Infatti la caduta più prosegue più si accellera finendo per divenire evidente pure ai più distratti.

Sono passati oramai vent'anni quando, invitato gentilmente, fui ospitato nella casa di un giovane monsignore romano, ufficiale vaticano. Già allora, guardandomi attorno, mi chiedevo: "Questa è la casa di un sacerdote? Casa mia, in confronto, lo è mille volte di più!". E, noto, casa mia non è certo una chiesa! Non discuto sull'amabilità e la correttezza della persona ma già allora notai che il suo ambiente non aveva nulla di devoto, di religiosamente pregnante. Pensavo fosse un caso isolato. No: era uno dei molti!

Un clero "allevato" in prospettiva della carriera o dell'apparenza, sempre più tiepido dal punto di vista religioso, che impara le "cose della fede" sui libri e non nella vita, come può affrontare la postmodernità? Non la affronta affatto perché vi si adegua!
In questo modo la "dolce vita" diviene lo stile esistenziale di costoro.

La mia osservazione, però, non è di tipo moralistico ma va molto più in là: la mancanza di una profonda vita religiosa porta inevitabilmente il clero a non avere alcuna esperienza religiosa, dunque a non poter minimamente consigliare o dirigere chicchessia. Questo clero non può pretendere di farlo con i manuali di casuistica morale, come succedeva nel periodo barocco nel Cattolicesimo controriformista (2). Ecco perché i sognatori dell' "ordine tridentino" - certi tradizionalisti cattolici - sono semplicemente patetici (oltre che passatisti), dal momento che pretendono di risolvere problemi di tipo spirituale facendo leva sulla legge e sull'istituzione. Ma il consiglio e la direzione spirituale non può avvenire neppure in chi si muove con spiritualità impazzite o di stampo settario.

Viene amaramente da sorridere se si pensa che, giusto ieri, il sinodo vaticano sulla famiglia si è chiuso con un invito a "giudicare" caso per caso, ad esercitare un "discernimento spirituale" nei fedeli che vogliono accostarsi ai sacramenti ma ne sarebbero impediti per lo stato personale in cui si trovano (divorziati e risposati).
Che discernimento spirituale può mai fare un clero che è sempre più agli antipodi della spiritualità, che non pratica ma anzi ridicolizza l'ascesi, un clero che continua ad incamerare tra le sue fila di tutto? La spiritualità, infatti, non si impara sui libri ma si pratica di persona ed è una tradizione che passa da padre a figlio. Quando mai esiste qualcosa del genere dalle nostre parti, dal momento che i monasteri stessi, che dovrebbero avere questa tradizione, sono secolarizzati come il clero? E come poterla praticare quando l'istituzione cattolica stessa ha di fatto abolito i digiuni e ha una pratica di preghiera ridotta all'osso con una liturgia più che scheletrica dalla quale è stato di fatto espunto ogni benché minimo senso di compunzione?

Se lo si ricorda le persone più in mala fede rispondono: "La spiritualità, i monasteri e le lunghe liturgie sono cose orientali, la nostra è una tradizione diversa". No! Queste non sono cose orientali, questo è il Vangelo di Gesù Cristo oltre ad essere la tradizione antica della Chiesa deridendo la quale ci si pone ipso facto fuori di essa.

Tutto ciò è molto grave perché l'andamento di questi fatti dimostra, nella pratica, che si sta imponendo sempre più una "contro-Chiesa" in Occidente e che tale "contro-Chiesa" sta sostituendo o contraffacendo l'immagine della vera Chiesa. Con le parole si copre tutto e si giustifica tutto, si danno le colpe agli "altri" e non si va mai al nodo dei veri problemi che si ingigantiscono sempre più perchè i vescovi per primi non li vogliono risolvere. Che ci stanno a fare, i vescovi, dunque? Sono tali solo per gli onori e per accumulare titoli e soldi? 

Si devono fare, pure, altre domande nei riguardi di chi, in Occidente, si pone gerarchiamente al di sopra di loro.
Che significato ha la santità di tutti quei papi del postconcilio quando, proprio sotto di loro, la deriva ecclesiale non solo non è stata frenata ma si è pure fortemente accellerata? Sembra che averli canonizzati sia stato il patetico tentativo di nascondere questa luminosa verità, la loro sterilità spirituale che tale è, indipendentemente dalle loro probabili buone intenzioni.

È lecito porsi tutte queste domande, non per incitare ad un amaro zelo o per odiare chi sbaglia, sia mai!, non per avere necessariamente delle risposte, ma perché sarà la storia stessa che, o prima o poi, porrà in evidenza tutto ciò in tutta la sua eloquenza e drammaticità. 

Tutte queste contraddizioni e contrasti tra ciò che si dice e ciò che si fa indicano, infatti, una realtà ecclesiale sempre più distante dal Vangelo e che al Vangelo non pensa affatto di ritornare. Il suo cuore è altrove ...

Contra factum non valet vaticanum aut jesuiticum argumentum!

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1) Una fra tutte tratta dalla stessa pagina da me appena citata: "Lo IOR gestisce 4 fondi di carità ma nel 2013 e nel 2014 neppure un euro è andato ai bisognosi o alla solidarietà nonostante saldi in attivo per decine di milioni di euro". Non serve essere particolarmente acuti per capire come vanno le cose nell'oltre Tevere!

2) Chi usa un manuale per capire la vita spirituale è come una guida alpina che conosce le montagne solo dai libri: inaffidabile! Ciononostante, soprattutto al clero meno istruito la Chiesa barocca dava istruzioni scritte su come confessare, su quali penitenze assegnare a determinati peccati, ecc. Esisteva una specie di elenco di peccati ai quali corrispondevano le preghiere e le penitenze per il penitente. Questa mentalità meccanicistico-legale ha influenzato per anni il mondo cattolico e lo ha determinato, ultimamente, a rifiutare ogni approccio ascetico scambiato erroneamente con un'imposizione legalistica. In chi vive in quest'ambito è realmente molto difficile un autentico recupero della tradizione ascetica antica senza passare, da un lato, a riproporre la mentalità legalistica barocca e, dall'altro, a rifiutare rigidamente ogni genere di ascesi. 
Se i secondi sono oramai espressione del mondo riformato, i primi possono pure giungere a praticare forme ascetiche impazzite, veramente patologiche e che la tradizione ecclesiale antica non a caso ha sempre rifiutato. 

Ne faccio un esempio tratto da una testimonianza scritta: [I superiori religiosi mi dicevano] "Ti devi fare santa. Mangiavamo la cenere nei pasti e spesso lo facevamo in ginocchio ... La sera ci frustavamo con la disciplina, uno strumento con delle punte di ferro. Mentre lo facevamo dovevamo pregare e gli schizzi di sangue imbrattavano i muri. Portevamo anche un cuore fatto con dei chiodini. Lo mettavamo a contatto con la pelle. Io mi sono anche marchiata a fuoco due volte" (vedi qui). 

Questa non è un'espressione di Chiesa ma un vero e proprio manicomio, una psicopatologia settaria molto pericolosa per chi ne viene a contatto! Ma in Occidente, purtroppo, è forte la tentazione di cadere o nell'agnosticismo spirituale o nel fanatismo del tipo sopra descritto. Entrambi sono un'espressione contraffatta della Chiesa neotestamentaria.