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domenica 3 settembre 2017

Ispirazione e liturgia: alle radici della desolazione liturgica occidentale

Togliere alla liturgia il suo aspetto trascendente significa tradirla
Il termine “ispirazione” è spesso collegato alla letteratura biblica: l'agiografo, o compositore, di un libro biblico scrive su ispirazione divina pur mantenendo, nel suo scritto, tutte le caratteristiche di una determinata cultura locale in una precisa epoca.
La liturgia cristiana, i cui elementi essenziali sono rinvenibili nei Vangeli e nelle lettere paoline, risente pure lei di una cultura locale espressa in un certo periodo storico. È il suo lato umano. In tal senso, può essere studiata come si studia qualsiasi testo letterario. Esistono, allora, profondi studi che cercano d'individuare nella liturgia peculiarità con le quali una liturgia copta non è, ad esempio, della stessa famiglia di una liturgia bizantina o, ancora, una liturgia bizantina ha precise differenze strutturali rispetto ad una siriaca.

Questo va bene ma non è affatto sufficiente. Nell'antica tradizione della Chiesa, la liturgia non è mai stata vista solo come un'espressione umana. Impararne la struttura tradizionale, il suo genere letterario, il suo vocabolario essenziale, non significa avere in mano le profonde chiavi della conoscenza liturgica. Sarebbe come cercare di esprimere la vita con espressioni algebriche.

Nell'antica tradizione della Chiesa, passato il momento in cui la redazione dei testi liturgici ha conosciuto una certa fluttuazione, il culto si è fissato rapidamente ed altrettanto rapidamente è stato canonizzato. Uso questo termine perché rende bene quanto voglio esprimere: canonizzare una liturgia significa attribuirle un carisma d'intangibilità (*). L'intangibilità non significa automaticamente che tutte le espressioni cultuali, da un certo momento storico in poi, si ripetono perfettamente identiche, come fotocopie. C'è sempre un mimino spazio per l'adattamento che, però, non significa rifacimento!

La canonizzazione della liturgia avviene quando si attribuisce un determinato testo cultuale ad un santo (san Gregorio Magno, san Giovanni Crisostomo, san Basilio magno, ecc.). Oltre a ciò un chiaro elemento di “canonizzazione liturgica” è l'utilizzo dei termini “sacra e santa” oppure “divina”.

Questi termini, non a caso, sono utilizzati anche per le Sacre Scritture, soprattutto i primi due. 

Detto ciò capiamo immediatamente che si suggerisce una sorta di eguaglianza, con le dovute distinzioni, tra la redazione delle Sacre Scritture e la redazione della liturgia, soprattutto nel caso di quella eucaristica. Alla base di entrambe le redazioni pare dunque esistere una simile esperienza religiosa, una teofania.

Scrivere questo, oggi, può parere quasi assurdo, soprattutto se lo si osserva con la mentalità cristiano-occidentale abituata ad un approccio molto razionale. 

Ci dobbiamo onestamente chiedere: la mentalità razionale cristiana ci avvicina o ci discosta dalle antiche basi cristiane? Nel caso preso in esame temo che ci allontani assai sensibilmente. 

L'evento fondativo del Cristianesimo non è mai stato un concetto astratto ma una persona concreta, Cristo, che ha operato fatti concreti di cui gli apostoli hanno avuto esperienza (primo fra tutti, l'evento della resurrezione di Cristo).

La reale esperienza di Dio è, dunque, alla base di ogni autentica realtà cristiana. Allo stesso modo, non si scrivono le liturgie per gioco letterario, per semplice devozione o perché si ha in mano la conoscenza della loro struttura. Le liturgie sono o dovrebbero normalmente essere scritte in una condizione d'ispirazione nella quale, certamente, non sono estranei gli elementi umani ma soggiacciono in funzione dell'esperienza. 
In tono molto minore e trasposto su un livello psicologico: un pittore traduce su una tela non solo l'immagine di un bel tramonto con tutti i suoi particolari cromatici ma anche la sua emozione dinnanzi a quel tramonto, emozione che lo ha spinto a dipingere, si badi bene!, e cerca di comunicarla a chi osserverà il suo quadro. 
Analogamente, la liturgia nasce da una profonda esperienza religiosa, di tipo spirituale non psicologico!, ed è scritta nelle nervature di quell'esperienza cercando di attrarre e orientare i fedeli in direzione delle nervature medesime!

Questo spiega perché in Oriente non ci si è limitati a chiamare la liturgia eucaristica “santa Messa”, come in Occidente dove recentemente si tende a non usare più l'aggettivo “santa”. La si chiama “Divina Liturgia”, espressione che obbedisce ad un determinato criterio perso il quale la si può credere una pura enfasi bizantina.

Arrivando al nocciolo della questione che mi sta a cuore, in un forum rinvenibile su internet (vedi qui), una persona chiede ad un sacerdote:

D. Perdoni, per favore, la mia ignoranza con cui le pongo questa domanda: la Divina Liturgia è ispirata come la Santa Bibbia? So che noi ortodossi basiamo la nostra fede sulle doppia fondamenta della Sacra Scrittura e della Santa Tradizione; infatti, alcuni dicono che le Sacre Scritture fanno parte della nostra Santa Tradizione anziché essere separate da essa. Dovremmo, allora, vedere la Liturgia come parte della nostra Tradizione e quindi ispirata come le Scritture? Premetto che sono i protestanti a pormi questa domanda. Inoltre, la Liturgia la si deve considerare inerrante e infallibile? Grazie.

R. Sì, la Divina Liturgia è ispirata dallo Spirito Santo di Dio per mezzo di Cristo che l'ha istituita, degli Apostoli che l'hanno stabilita e dei padri della Chiesa che l'hanno perseguita. Ricorda che la maggioranza della Santa Liturgia proviene direttamente dalla Sacra Bibbia.

Non voglio affrontare l'inerranza e l'infallibilità; entrambe le questioni connotano i protestanti e i cattolici romani e tutti sappiamo che alcuni che le utilizzano non osano riprendere gli abusi contro la Sacra Bibbia e le testimonianze del Vangelo [...]. Basta ricordare che la liturgia è definita come la Divina e Santa Liturgia. Questo ci basta.

Alla base di questa riposta c'è la vivida coscienza che l'azione di Dio, rivelata nelle Sacre Scritture, attraverso l'esperienza degli agiografi che le hanno redatte, non si è fermata solo a quel tempo. Essa si manifesta sotto forme teofaniche nel tempo post-apostolico della Chiesa. 
Il Cattolicesimo in linea di principio non nega tutto ciò ma fa una netta distinzione tra rivelazione biblica (spesso presentata in forma puramente concettuale) e rivelazione privata. Nella Bibbia l'agiografo rivela un messaggio e sembra non essere molto importante che la rivelazione da lui avuta comporti un'esperienza trasfigurante (si pensi alla natura umana "divinizzata" di Mosé quando scende dal monte con le tavole della Legge). Nel tempo successivo della Chiesa, l'eventuale manifestazione di Dio è qualcosa di “privato” ed è così denominato per salvaguardare la superiorità della rivelazione biblica. Lo capisco, se si tratta di salvare il primato assoluto della rivelazione biblica, ma, inevitabilmente, quest'affermazione mette totalmente in ombra il resto. 

Infatti: può mai una teofania essere considerata unicamente “privata”? Può mai, una profonda esperienza del divino, non riguardare tutti i credenti? Può mai, tale esperienza, essere ridotta razionalisticamente ad una semplice questione di “messaggi”, come se Dio inviasse e-mail da un PC mentre il primo importante effetto dell'autentica comunicazione diretta con Dio è la trasfigurazione dell'umano??

Il mondo cristiano orientale proprio perciò non ha mai fatto una distinzione netta, tranciante, tra la rivelazione biblica del Dio che si rivela nel periodo biblico, e le teofanie nel tempo della Chiesa.
Quest'ultime, perciò, riguardano in un certo qual modo la stessa redazione della Liturgia, almeno nelle sue linee essenziali come, ad esempio, la redazione delle anafore. Tutto ciò nella nostra epoca e nelle nostre regioni si ha smesso di dirlo da troppo tempo, oramai, e ciò suona come se qualcuno negasse l'autenticità e la venerazione verso tutte le reliquie solo perché si scopre che alcune tra esse sono false ...

Il Canone romano, che inizia con le parole “Te igitur” ha una venerabile antichità. Com'è ricevuto nei tempi moderni, così essenzialmente si è sempre conservato. L'idea d'intervenirvi, seppur con pie intenzioni, era totalmente inconcepibile fino a non pochi decenni fa e sarebbe davvero parsa quasi come l'idea di cambiare qualche frase del vangelo aggiungendovi, magari, qualcosa animati pure dalle migliori intenzioni. 
Papa Giovanni XXIII, devoto a san Giuseppe, fece il primo intervento: inserì nel canone romano, nell'elenco dei santi, il nome dello Sposo della Madre di Dio. Da quanto mi sembra, non ci fu alcuna reazione tolto forse qualche sommesso borbottio accademico. I tempi erano maturi: mostrando che era possibile fare delle inserzioni pure nel testo più sacro della liturgia (allora si usava ancora definirlo così) e che tali inserzioni erano accolte senza problema in tutto il mondo cattolico, si era aperta una breccia. 
I liturgisti più progressisti iniziarono a chiedersi: perché non iniziare a cambiare poco per volta tutta la liturgia cattolica? Tutto iniziò esattamente così. È come se uno togliesse da un muro a secco una pietra e si sentisse di farlo perché, sul momento, non accade nulla. Purtroppo di lì a poco è tutto il muro che è crollato andando in rovina.

Quello che animò la riforma liturgica cattolica, lo si è spesso scritto e lo stesso papa Ratzinger lo ha affermato, fu uno spirito troppo razionalistico. Ma non si aggiunge che tale spirito si è potuto affermare liberamente perché, nel frattempo, era totalmente venuto meno un concetto autenticamente sacrale di liturgia, la liturgia è stata sganciata dall'esperienza teofanica a cui sopra accenno e quest'ultima è stata vista di fatto come una semplice redazione tecnica di testi.

Così lo spirito di pietà che animava almeno Giovanni XXIII ha ceduto il passo ad un altro tipo di spirito, molto razionalizzante, di marca sociale e psicologica. In breve: è stato il trionfo di quell'antropocentrismo oggi ben conosciuto ma che già da tempo premeva alle porte delle chiese cattoliche.

Se si va a ritroso nel tempo non si può non constatare che tutto ciò è potuto avvenire perché, alla radice, mancava spesso un'autentica esperienza religiosa (soprattutto con la decadenza del monachesimo occidentale). L'esperienza del divino e la sua manifestazione (la teofania) sono stati sempre più visti come dei miti, non come delle realtà sempre possibili nel tempo della Chiesa. Ancor meno, la Liturgia che vive, si appoggia e si concepisce su tali esperienze, ne è stata praticamente privata divenendo prevalentemente, nel periodo postridentino, un culto da attribuire "doverosamente" a Dio perché "voluto" dalla Chiesa (concezione legalistica). L'eclissamento della mistica dall'Occidente cristiano ha favorito tutto ciò facendo vivere la liturgia o come dovere legale o come espressione di pura pietà, ma una pietà sganciata dal dogma e dall'antica patristica tradizione fa presto a marcire in un languido e psicologicissimo pietismo.


La prima radice della decadenza liturgica odierna, dunque, dev'essere assolutamente colta nell'allontanamento della Liturgia da ciò che essa sostanzialmente è: ispirata in modo non molto dissimile da come lo sono i libri che compongono la Bibbia. Se si nega ciò o prima o poi le si negheranno i titoli di “sacra”, “santa”, “divina” relegandola in un ambito, di fatto, puramente umano. A quel punto, assieme a composizioni liturgiche di gusto secolare, si potranno anche ristabilire culti antichi, nel Cattolicesimo, ma a nulla serviranno perché il profondo spirito con cui sono stati composti resterà totalmente ignoto.



P.S.
Nell'immagine sopra riportata, fedeli cattolici schitarrano un inno originalmente dedicato alla Madre di Dio ad una divinità indù. È successo in una chiesa di Ceuta (enclave spagnola in Marocco), per onorare la piccola comunità indù lì residente. Il filmato per chi vi si vuol "solazzare" è in questo link.
Oltre ad essere un grave segno di confusione (e almeno implicita apostasia), tutto ciò rivela le estreme conseguenze alle quali si giunge quando si parte da basi sbagliate rispetto a quelle gettate nella rivelazione neotestamentaria. Il vicario generale del posto, responsabile della carnevalata, ha chiesto e ottenuto le dimissioni a seguito della protesta per questo fatto. Il problema, però, non è legato ad una persona ma a tutta una mentalità che continua a rimanere e che non è affatto quella con la quale si scrivevano i primi testi della liturgia cristiana. È questo che non si vuole o non si può più vedere.

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(*) L'intangibilità è nata anche per l'esigenza di non rendere i testi liturgici veicolo di idee che si discostavano dall'ortodossia della fede. Venendo meno l'intangibilità liturgica, nel periodo successivo al Vaticano II, il Cattolicesimo ha visto nuovamente la liturgia divenire campo di espressioni in dissonanza con l'antica fede cristiana.

martedì 20 giugno 2017

La porta del Cielo

Questo post trae spunto da un ottimo commento da me trovato nel web sulle iconografie bizantine (vedi qui). Una signora chiede: “Come mai nelle icone bizantine le persone rappresentate non sorridono mai? Sorridere non è mica un peccato!”. Domanda intelligente ma rivelatoria. 

Chi gli risponde giustamente ricorda che il sorriso non è affatto qualcosa di riprovevole ma le icone non sono immagine della dimensione terrena in cui l’uomo è soggetto alla sua psicologia, ma del Cielo in cui l’uomo è soggetto allo Spirito. Raffigurare l’uomo santificato, “immerso” nello Spirito lo si può fare simbolicamente soltanto privandolo di certe caratteristiche che, nella contingenza terrena, lo rendono fluttuante, tra sorriso e tristezza, dipendente dalla fragilità e dall’instabilità della sua psicologia.

La domanda della signora è anche rivelatoria perché indica che noi tutti assolutizziamo la nostra dimensione terrena e psicologica e la “proiettiamo”, in un certo qual modo, nell’Al di là: come siamo qui, con tutte le caratteristiche delle nostre passioni, pensiamo di esserlo anche nella situazione ultraterrena. Non a caso nell’Olimpo pagano gli dei erano capricciosi e irosi e la cosa attirava la sferzante ironia dei Padri della Chiesa.

Ebbene, la Chiesa è nel mondo con il preciso fine di farci intuire qualcosa dell’Al di là, aiutandoci a non assolutizzare la nostra situazione contingente. Ma se la Chiesa non “funziona” più, nel senso che le persone più qualificate in essa hanno “staccato la spina” di collegamento con la dimensione ultraterrena, allora in essa non è più possibile sperimentare altro che terrenità e, nel peggiore dei casi, passionalità, meschinità e vendette personali.

A volte alcuni credenti si chiedono come può essere possibile che certi sacerdoti siano divenuti più mondani dei laici, nonostante vivano in ambienti ecclesiastici che dovrebbero cambiarli. Purtroppo ciò è possibile perché pure in questi ambienti è entrata l'oscurità, favorita da chi, appunto, ha “staccato la spina”

Gli ambienti da noi frequentati ci aiutano o ci ostacolano a cambiare in meglio e ciò avviene anche in modo non cosciente. Immersi in un ambiente, in qualche modo ne sentiamo le “linee di forza” e la nostra psiche si conforma ad esso. 

Un ambiente mondano e salottiero modellerà la persona in quel modo e di tali ambienti può essere (ed è!) caratterizzata anche la Chiesa. In questa situazione, dunque, si assolutizza se stessi e non si è più in grado di sintonizzarsi con la realtà o con un minimo di oggettività. Se una persona onesta denuncerà a malincuore una malefatta di un sacerdote mondano, quest’ultimo non solo non riconoscerà il male per ripararlo ma si scaglierà ferocemente contro chi lo ha rivelato; ciò che è  importante è apparire! Un sacerdote così diviene facilmente come i mercenari del Vangelo giovanneo, quei mercenari che non s’importano delle pecore e fuggono dinnanzi all’arrivo del lupo (che rappresenta il male o il demonio) (cfr. Gv 10, 11).
Essi non difendono i fedeli dal male perché sono impegnati a difendere loro stessi e i propri interessi mondani (dietro un’apparenza religiosa).

Sono quegli stessi mercenari che il profeta Geremia dipinge come “coloro che si riempiono la pancia per poi fuggire assieme” (Ger 46, 21). Ebbene, ciò è possibile quando un ambiente lo favorisce e questo riguarda, ovviamente, anche i laici perché un laico non potrà mai essere meglio del sacerdote a cui fa riferimento.

Se, viceversa, la Chiesa ha ambienti che sono come “porte del Cielo”, allora il cambiamento avviene in senso contrario: quanto è importante non è se stessi, il proprio orgoglio, la propria individualità ma servire il Signore che è sorgente di pace e di felicità spirituale.

I monasteri, un tempo, erano in Occidente un rifugio e un’oasi in tal senso, un luogo in cui ci si poteva riequilibrare, rinfrancare spiritualmente e vedere il mondo con occhi nuovi, privi di malizia e passioni. Oggi è assai difficile trovarne di buoni e anche in Oriente la situazione sta divenendo difficile.


Il grosso problema dei nostri tempi è proprio qui: gli ambienti che ci sintonizzano verso le Realtà superne sono sempre meno. 

Perciò è possibile l’incremento dell’ateismo e dell’agnosticismo pratico. Per credere in Dio non ha senso filosofizzarci su chiacchierando sull’argomento dalla mattina alla sera. Per credere è necessario cercarlo in ambienti elevanti. In essi saremo plasmati e preparati a sentirne l’esistenza nel cuore, quell’esistenza che ha un’ineffabilità che nessuna parola o filosofia del mondo può comunicare. L’evangelizzazione, infatti, non è chiacchiera, spettacolo, evento abbacinante ma discreto e silenzioso contatto con il Trascendente in ambienti che ancora lo rendono possibile.

lunedì 29 maggio 2017

L'altare medioevale

In Occidente, nelle chiese latine, non esisteva una tipologia unica di altare durante il medioevo. Tuttavia, fino ad un certo periodo storico l'altare latino non era troppo dissimile da quello delle chiese greche. Segnalo, in questo post, il caso di un altare portatile, quindi rimovibile, che appare in una tela quattrocentesca ritraente la predica di san Bernardino da Siena.
Tale tela, conservata nel museo diocesano adiacente alla cattedrale senese, è parte di un dittico che ritrae due momenti diversi di una predica del santo cattolico.
Riporto due foto: una generale e una particolare concentrata sull'altare.
La prima osservazione è che la presenza dell'altare testificava senz'altro una preghiera che veniva fatta prima e dopo la predica, ovviamente rivolti verso l'altare stesso. Quando Martin Lutero "riformerà" il culto riducendo la Messa ad una Cena e facendo fare spesso al posto di quest'ultima un semplice sermone preceduto e seguito da preghiere, avrà avuto assai probabilmente in mente questa consuetudine medioevale.
La seconda osservazione è relativa all'altare: pur essendo un altare rimovibile, dunque dotato solo dell'essenziale, vi si nota la presenza di un'iconografia con santi appoggiata su di esso. L'altare è rivestito con tessuti raffinati il che lo fa emergere agli occhi degli astanti come un oggetto sacro. Le iconografie sembrano fare un corpo unico con l'altare, segno che non sono solo un elemento devozionale ma strettamente liturgico. Rimanderanno probabilmente ai santi a cui l'altare stesso era dedicato. L'iconografia, dunque, non è un elemento accessorio ma pare essere essenziale ed è legata al culto e alla preghiera che si compie dinnanzi all'altare.
Solo successivamente gli altari portatili potranno prescinderne, in un'epoca nella quale le pale d'altare delle chiese, di dimensioni sempre maggiori, diverranno l'occasione per mostrare prevalentemente il virtuosismo dell'artista. Allora il tema religioso suonerà spesso come un puro pretesto per indicare molto altro. Nel XV secolo, periodo in cui è stata fatta questa tela, avviene lentamente la svolta ricordando ancora, però, consuetudini antiche che pian piano si perderanno e di cui nessuno sentirà la mancanza. Il formalismo e l'estetismo tenderanno ad invadere sempre più lo spazio sacro a tutto scapito del valore delle forme simboliche a cui l'iconografia inevitabilmente rimanda. Il problema liturgico, dunque, non è solo questione di questi ultimi decenni ma, seppur in altre forme, ha riguardato anche altre epoche. 

domenica 16 aprile 2017

L’anima di una chiesa

Alcune antiche mistagogie cristiane riflettevano sulla chiesa come edificio, rinvenendovi profondi significati. Non è casuale! 

«Vi dico che, se questi [i discepoli] taceranno, grideranno le pietre» (cfr. Lc 19, 40). 
Ecco una frase di Cristo che pochissimi oggi sono in grado di capire. E infatti, per chi le sa ascoltare, le pietre delle antiche chiese parlano, eccome!
La chiesa ha un suo modo di comunicare, non solo attraverso le opere d’arte ivi contenute, la disposizione del suo interno, i suoi arredi sacri.

Mi dica velocemente cosa c’è di più importante in questa chiesa”, chiese un giorno un frettoloso turista ad un sacrestano di una chiesa ortodossa.

Come faccio a dire a questa gente che la cosa più importante in una chiesa non è visibile agli occhi?”, mi disse il buon uomo che non poté rispondere a quel vanesio turista perché non era in grado di poter afferrare l’ABC del Cristianesimo.

Infatti, la chiesa racchiude un tesoro e un insegnamento che gli occhi non possono vedere, un insegnamento molto più profondo e importante, rispetto a quello che può dare ogni oggetto in essa contenuto, poiché proviene dalla sua anima.

Come può un edificio inerte avere un’anima?”, si chiederà qualcuno. Questa domanda nasce da due presupposti:

a) Abbiamo un approccio unicamente razionalistico: quello che passa nella razionalità e nei sensi esiste, quanto non vi passa è almeno dubbio che esista. Ma questo potrebbe essere segno di un agnosticismo pratico;
b) Le chiese che ci circondano, generalmente, non comunicano più nulla di spirituale, neppure quelle più tradizionali.

È abbastanza impressionante che un edificio nel quale i cristiani si sono radunati per le preghiere della Settimana santa e per celebrare la Resurrezione del Signore, eventi realmente unici, non possa dire nulla e mostri un’assurda vacuità o la stessa sensazione che si può facilmente avere in un auditorium, in una biblioteca o in un teatro. 

In realtà è così: oggi passando in una chiesa dove si celebrava una messa di Resurrezione, oltre all’odore dell’incenso usato per la liturgia latina, non c’era “atmosfera”, non la notavo affatto, nonostante tutte le buone intenzioni dei presenti.

Passando in una quasi vuota e silente chiesa ortodossa, ieri sera, l’atmosfera c’era, eccome, al punto che chi mi accompagnava se ne accorse prima di me. Più ci si avvicinava all’iconostasi più la si sentiva. Era l’ “anima” della chiesa che s’imponeva e sembrava dirci: “Sono qui, non mi senti?”.

Prospettiva verso il mare dalla Skiti atonita di Agia Anna

Quest’atmosfera è “speciale”, me ne accorsi diversi anni fa visitando la chiesa atonita di sant’Anna, quasi sulla punta del Monte Athos. Ovviamente in quel posto l’intensità era molto più forte e si trasmetteva nella forma d’un silenzio penetrante, denso, ricco di energia e di forza che premeva nelle tempie per entrare nell’interiorità. 

Questo tipo di energia (non la si può definire diversamente!) ha una pienezza tale da imporsi per se stessa ed è il segnale d’una presenza viva, seppur invisibile agli occhi. Non è spiegabile a parole, bisogna solo provare a sentirla e le mie affermazioni saranno immediatamente comprensibili. È un silenzio che non è solo assenza di rumori! È quello che in termini tecnici si definisce come una ierofania, una manifestazione sacra.

O tu, che tutto riempi”, dice un tropario bizantino riferendosi all’energia di grazia dello Spirito santo. Ecco l’anima della chiesa, intesa pure nel suo lato materiale, come edificio.
La gente se ne accorge alla sua maniera quando dice: “In quella chiesa sto bene”. Tuttavia, si deve tenere ben presente che questo non è un semplice benessere psicologico ma spirituale. Il benessere psicologico lo si può ottenere con un sottofondo musicale, con una luce calda e poco intensa, ma è di ordine completamente diverso. Un Cristianesimo che si serva di questi mezzi, mostrando di non aver più altro, non è diverso da qualsiasi movimento New-Age!

Come mai alcune chiese hanno quest’anima e la maggioranza ne è priva? Come mai la chiesa di sant’Anna me lo testimoniava mentre una chiesa protestante di Berlino e una ortodossa di Venezia, no?

Ecco una domanda interessante.

Ebbene, la risposta alla quale sono pervenuto è la seguente.

La dogmatica cristiana, appoggiandosi sui dati rivelati, indica come Dio agisce nell’uomo e nel mondo: normalmente attraverso la mediazione umana. Infatti, per la redenzione, Dio ha assunto l’umanità indicando con ciò la modalità normale con la quale agisce. Ma attenzione: lumanità che fa da trasmettitore divino, devessere trasformata, per essere in grado realmente di trasmettere. Nella logica della rivelazione nulla agisce magicamente!
Il cuore dell’uomo è come il letto di un fiume. L’acqua non è prodotta dal letto del fiume ma dalle montagne. Il letto del fiume si limita a trasportarla a valle e poi al mare ma non deve essere ostruito altrimenti l’acqua non corre e cercherà altri canali!
L’irradiazione della presenza divina è come l’acqua: normalmente ha bisogno d’essere contenuta e irradiata da un cuore purificato dalla grazia di Dio, da un uomo puro. Per questo un sacerdote santo che celebra l’eucarestia può trasmettere quello che uno non santo non trasmette, nonostante entrambi possano consacrare il pane e il vino. 
Per questo un monaco santo (san Serafino di Sarov o san Paisios del Monte Athos), quando parlava con poche parole su Dio cambiava i cuori, a differenza di molti altri che fanno fiumi di parole e non ottengono che stitici o fuorviati risultati.
Una questione, questa, già esaminata da san Simeone il Nuovo Teologo (IX sec.) sull’efficacia dei sacramenti.

Chiesa centrale (Katholikòn) della Skiti di Agia Anna
Un uomo con un’interiorità non orientata a Dio (o con una fede distorta) chiude il canale di comunicazione, intasa il letto del fiume, per dirla con l’esempio appena fatto. Non c’è evangelizzazione che tenga, se l’umanità di chi la compie è opacizzata dalle passioni e da un amore egoistico. La conseguenza è che la stessa chiesa ce lo dice: l’edificio non trasmette più nulla, si “spegne” e si “raffredda”, diviene vuoto, inerte, morto. L’edificio, come ogni cosa, viene infatti toccato, “energizzato” dal nostro modo di essere, se così si può dire.
La stessa energia di grazia, che l’uomo certamente non crea ma che diffonde, ha bisogno di uomini puri, non di qualsiasi uomo. Perciò un tempo si sceglievano i sacerdoti tra gli uomini meglio disposti alla grazia, non tra chiunque o, peggio, tra gli amorali. Un sacerdote o un laico vanesio o libertino che vogliono evangelizzare credendosi a posto, sono come una tubazione arrugginita piena di buchi che presume di portare l’acqua ovunque come se fosse una tubazione nuova. Un buon idraulico la sostituirebbe immediatamente, anche se è nascosta nel muro e nessuno se ne accorge! La moralità non è il fine del Cristianesimo ma è uno dei suoi mezzi, esattamente come un secchio nuovo è un mezzo per portare l’acqua; nessuno si sognerebbe di portare dell’acqua con un secchio bucato!
La pratica dei comandamenti impone un distacco dalle cose e da se stessi, distacco indispensabile per chi vuole lavorare nelle realtà dello spirito. Se ciò non avviene, è come presumere di poter studiare distraendosi continuamente dalla lettura dei testi. L'adesione dello spirito alla carne, per dirla con san Paolo, non fa che vedere quella e storna lo sguardo interiore dalle realtà superiori [*].
Oggi ci siamo talmente discostati dall’essenzialità del Cristianesimo che siamo arrivati al punto di salvare l’apparenza (basta che le ruggini e i buchi siano nascosti!) e chiunque, o quasi, può lavorare con una certa responsabilità  nella Chiesa: basta apparire studiosi, per usare l'esempio appena fatto, e si riceve una laurea, salvo poi mostrarsi totalmente incapaci. I risultati, infatti, si vedono perché hanno una forte ricaduta pratica: ecco spiegata la grande dispersione odierna («Chi non raccoglie con me, disperde!» Mt 12, 30).

Questo riguarda pure un edificio ecclesiastico dove, nel caso peggiore, lo si mortifica [**] mentre, al contrario, lo si trasfigura. 
Oggi più che mai, infatti, valgono le parole di Cristo: «Vi dico che, se questi [i discepoli] taceranno, grideranno le pietre» (cfr. Lc 19, 40).

E che Cristo risorto sia con i suoi fino alla fine del mondo, lo si desume anche da queste cose positive, visto che la gran maggioranza dei discendenti degli apostoli oramai tacciono e non le comprendono più.

_________

Note

[*] Siccome il fine del Cristianesimo è preparare l'uomo per l'Al di là, nella dimensione futura la persona, spogliata momentaneamente della carne (che riacquisirà nella forma trasfigurata alla fine dei tempi), cerca appoggio e sicurezza nelle abitudini avute fino ad allora. San Paolo dice che "ciò che brama la carne è morte" (Rom 8, 6). Tale passo, ingiustamente privato del suo contesto escatologico, è stato  qualificato come "sessuofobico", al punto che così lo giudicano pure molti cristiani. In realtà, a mio avviso, le cose stanno diversamente. San Paolo ha in mente la situazione di una persona spogliata dalla carne, subito dopo la morte, che continua a cercarla passionalmente anche nella sua nuova dimensione, se non altro per l'abitudine acquisita da una vita. In quella nuova situazione, tale persona è "votata alla morte" perché non si appoggia su quanto è vivo (lo spirito) ma porta le sue energie su quanto oramai giace nel sepolcro ed è soggetto alla dissoluzione (la carne della quale si è spogliata). Di qui il bisogno del cristiano tradizionale, nella dimensione temporale, di non assolutizzare la propria dimensione carnale. La scelta monastica, in ciò, è la preparazione più radicale per l'Al di là ma questa prospettiva escatologica, autentica spiegazione del monachesimo, è oramai persa almeno nel 95 per cento del Cristianesimo occidentale, per fare una stima generica. 
Senza escatologia, però, non c'è più vero Cristianesimo e la morale da semplice mezzo diviene fine e ideologia non convincendo più nessuno. Ecco perché, se si parla di morale, nel mondo Cattolico si ha immediatamente grande eco (sia tra chi ne è contro sia tra chi la difende) mentre se si parla di spiritualità non c'è che una debolissima attenzione, pensando debba trattarsi di cosa buona solo per "colli torti".

[**] Ciò spiega anche la diffusione di una certa arte ecclesiastica il cui messaggio, visto da un animo formato con i criteri tradizionali, non può che parere osceno e depravato. È il caso di un dipinto con approvazione episcopale nella cattedrale cattolica di Terni (Italia), in cui prostituti e libertini, senza alcuna conversione, vengono portati in Paradiso da un Cristo seminudo (vedi qui). 

sabato 1 aprile 2017

Al naturalismo non servono le chiese

Riporto un articolo veramente ottimo e ampiamente condivisibile, proprio perché fa parte della mia stessa esperienza.
Condivido e plaudo pure il riferimento al monachesimo dove però non si dice che si è spento gradualmente fino a divenire praticamente inservibile: l'epoca monastica termina nel Cattolicesimo verso l'XI secolo sostituita da quella prevalentemente clericale perché il monachesimo entra in crisi e non si rialzerà neppure con il tentativo di Francesco di Assisi di rivivificarlo. Da allora vive ai margini della Chiesa cattolica, ritenuto, un po' rispettosamente un po' sospettosamente, un'antica reliquia di un tempo passato quando, al contrario, dovrebbe essere il cuore stesso della Chiesa. D'altronde non pochi chierici lo ritengono perfettamente inutile!
Oggi le istituzioni ecclesiastiche occidentali sono ancora apparentemente in piedi ma sono quasi totalmente svuotate di efficacia.
La liturgia, in gran parte priva dei suoi simboli secolari, è divenuta possibile campo del "demoniaco" ossia dell'apparenza, della maschera, come scriverò più estesamente in uno dei miei prossimi interventi. Per questo la mancanza di "vita dentro" non è solo un'apparenza, come scrive questo sacerdote: è una realtà.
Anche in alcune realtà ortodosse in Italia si sperimenta questo, quando il clero (che ha una grande responsabilità in tal senso) non favorisce il passaggio della Grazia, come ricorda la dottrina sacramentale di san Simeone il Nuovo Teologo. Un clero impreparato, in gran parte succube del secolarismo, usa, allora, la liturgia come teatro per la sua glorificazione, non come luogo in cui Dio si rivela e quindi come realtà da rispettare con timore. Se in Occidente un certo narcisismo clericale si rivela nella celebrazione coram populo, in Oriente può rivelarsi in un tronfio e vacuo apparire dove il chierico non è umilmente trasparente all'azione liturgica ma ne diviene proprietario e principale gesticolante attore, in cui tende, volendolo o meno, a trasformare la liturgia in una pura formalità.

«Il naturalismo “cattolico” crede in Dio, ma in un Dio da guardare da lontano». 

Questa frase è da precisare. In non poco Cattolicesimo non si crede in Dio ma in un'idea di Dio, poiché non si ha contatto con Dio in se stesso, nella Grazia, ma si piega la realtà di Dio ad un'immagine che ci si fa per i più disparati fini: è l'idolatria con tutte le amare conseguenze che ne discendono.

Quest'idolatria è favorita dall'aver seppellito la vita mistica, dall'aver fatto morire sostanzialmente la vocazione monastica, ritenuta cosa solo per qualche "perfetto" un po' originale e pazzerello, dall'essersi sempre più accontentati di un "minimo indispensabile" per la vita cristiana.

Il deserto attuale nell'Occidente cristiano si è potuto produrre proprio perché si è scesi lentamente da secoli, accontentandosi di sempre meno. Poi, ad un tratto, oggi alcuni si svegliano e si accorgono che il clero è in gran parte agnostico (l'amoralità di diverso clero discende dalla mancanza di timor Dei, dunque dall'agnosticismo) e incapace di discernere l'essenziale da quanto non lo è. 
La liturgia gestita da questo clero è, dunque, luogo del demoniaco in senso proprio, non un semplice luogo in cui spesso si accampano banalità, poiché in tutte le antiche fonti cristiane il demonio è descritto come colui che prepara, attraverso lo scimmiottare e la banalizzazione, lo svuotamento dell'anima. Ne consegue che non poco Cattolicesimo odierno è realmente davanti alle porte dell'Inferno in senso simbolico ed esperienzialmente reale. A poco vale distrarsi con un vuoto trionfalismo dove ci si illude di essere "meglio" di altre epoche e si dipingono personaggi assurdamente mediocri, fossero pure papi, in grandi genii cristiani ...
Ma quando tutto sembra essere perso, tutto può rinascere per unica opera di Dio che sente l'urlo di anime straziate da tanto orrore ecclesiale. La maschera di Dio e della "misericordia divina" non è certamente quella rivelata poiché non ne produce affatto gli stessi effetti!


Che crisi del Cattolicesimo! Che desolazione ci circonda! Un deserto sconfinato, pieno di ruderi, tra i quali si aggirano anime spaventate in cerca di una guida. Apparentemente tutto sembra al suo posto... ancora segni della storia cristiana, monumenti che ti parlano del popolo di Gesù Cristo; ancora immagini di santi... ancora croci e altari... ancora chiese, ma senza la vita dentro. Sì, è proprio questa l'impressione violenta: senza la vita dentro. Intanto perché la maggioranza delle chiese resta chiusa: ti aggiri nei paesi con al centro, perennemente, la casa di Dio inaccessibile, non si sa per quale prudenza! Fatte per l'incontro degli uomini con Dio, edificate per il culto e per l'adorazione di Nostro Signore Gesù Cristo presente nel Santissimo Sacramento dell'Eucarestia, le chiese restano chiuse. Una parte di esse si apre solo per una veloce messa, il tempo per esplicare il rito scheletrico rinnovato, poi la porta viene di nuovo sprangata, in attesa della prossima volta; e questo solo per i villaggi che hanno, non si sa per quanto tempo ancora, la visita del prete. La cristianizzazione del mondo si è propagata nei secoli passati con l'apertura di luoghi di culto. In una terra desolata arrivavano i monaci per primi, iniziavano ad edificare una chiesa e una casa, il monastero, e abitandola vi instauravano la lode di Dio, il servizio all'Altissimo, trasformando quel pezzo di mondo da pagano a cristiano. La conversione dei popoli avveniva intorno ai monasteri, vere scuole del servizio di Dio. Paesi e poi città sono sorte attorno a questi luoghi consacrati; gli uomini hanno imparato dai monaci missionari cosa vuol dire vivere da cristiani, hanno imparato una vita redenta. Le parrocchie poi, quelle della diffusione capillare della vita cristiana, hanno continuato il lavoro: erano piccoli ma veri e propri monasteri, dove un parroco abitando cristianamente quella porzione di terra assieme ai fedeli, garantiva la possibilità di una vita diversa da quella del mondo senza Dio; una vita ritmata dall'anno liturgico, dalla grazia dei sacramenti, dall'osservanza dei comandamenti. In una parola, garantiva la vita soprannaturale degli uomini. È la storia della Cristianità. Della cristianità, non solo del Cristianesimo: cioè la storia della trasfigurazione del mondo che prese la forma di Cristo. Ne nacque una cultura. Una cultura, cioè una capacità intelligente di affrontare tutto secondo la forma di Cristo: il lavoro, la gioia, i dolori, la vita e la morte, l'arte e lo studio: tutto prese una forma nuova. Il Cristianesimo non solo era nella storia, ma fece la storia. Oggi non è proprio più così, che tristezza. Oggi i cristiani non fanno storia, la subiscono. Ma da dove arriva questo rivolgimento, questo terremoto inarrestabile che ha raso tutto al suolo? Non ne vediamo che una origine: il Naturalismo. Il Protestantesimo e il suo “cavallo di troia” che lo ha introdotto tra noi, cioè il cattolicesimo liberale, hanno prodotto il cattolicesimo modernizzato che non è nient'altro che naturalismo. Questo naturalismo “cattolico” crede in Dio, ma in un Dio da guardare da lontano, un Dio che in fondo in fondo non si è rivelato; o meglio, si riduce la rivelazione al fatto che Dio dice che c'è. E con questo Dio gli uomini hanno un semplice rapporto tra creatura e Creatore: tutto qui. Allora questo vuoto nel rapporto tra Dio e gli uomini viene riempito dalle nostre idee e opinioni; viene colmato dalle mode del momento, viene assunto come contenuto religioso quello che il mondo pensa: così si assiste a quella perenne giostra di cambiamenti che tanto piace ai cattolici nuovi, che stanno picconando ciò che resta della cristianità. Invece Dio si è rivelato. E ha rivelato un contenuto: ha rivelato la sua vita intima. Dio è Padre; dall'eternità, quando ancora non splendeva la luce creata sul mondo, Dio genera un Figlio, al quale comunica la sua natura, le sue perfezioni, la sua beatitudine, la sua vita. E il Padre e il Figlio sono uniti in un vincolo d'amore potente e sostanziale, da cui procede quella terza persona che la Rivelazione chiama con un nome misterioso: lo Spirito Santo. È il segreto della vita intima di Dio. Per un trasporto d'amore Dio decreta di chiamare delle creature a dividerla: questa vita traboccherà dal seno della divinità per raggiungere e beatificare elevandoli al di sopra della loro natura, degli esseri tratti dal nulla: gli uomini. Per questo il Figlio si fa uomo, il Verbo si fa carne: perché in Cristo, nella sua grazia santificante che discende dalla Croce, noi siamo adottati come figli, come veri figli. “Ecco, voi siete divinizzati” (Gv 10, 34): da questa trasformazione dell'uomo, chiamato a partecipare, ad aderire alla vita intima di Dio, nasce la Cristianità, cioè la trasformazione del mondo intero, della storia e della realtà, chiamata a servire l'unica cosa necessaria, cioè la trasformazione dell'uomo nella santità. Questa è l'opera della vita, l'unica in fondo. Per questo c'è la Chiesa, per quest'opera hanno lavorato gli operai del vangelo nei secoli, per questo Dio ha voluto la Cristianità, cioè il mondo trasfigurato dalla grazia. Ma oggi non si parla quasi più della Trinità, della grazia santificante, della vita intima di Dio, della santità di Dio e della nostra santificazione. Si dice solo che Dio c'è, ma per questo non era necessaria la rivelazione, bastava la ragione umana. Per questo le chiese chiudono: alla religione naturale non servono più.
 "Radicati nella fede" - Editoriale Anno X n° 4 - Aprile 2017

venerdì 23 settembre 2016

Appunto ecclesiologico

Esistono dei blog cattolici in cui diverse persone esprimono il loro disorientamento crescente dinnanzi a quanto a me pare essere un'alterazione dei pilastri stessi della dottrina cristiana. Quest'alterazione essi la intravvedono nelle parole di non poco clero fino a riconoscerla perfino negli atti e nei discorsi del papa stesso. Qualcuno, allora, suggerisce quanto segue:
«Che ci sia il papa x o il papa y poco importa, l'importante che la mentalità, il senso comune ritorni cattolico».

Ottimo appunto ma mi pare quasi fuori luogo. Questo perché, per avere senso, si dovrebbe essere in un contesto ecclesiastico in cui la Tradizione (intesa in tutti i sensi ma, soprattutto, nel senso del "modo" in cui si vive la fede cristiana) sia concepita al di sopra dell'autorità personale del papa stesso. 
Ebbene, questo da troppo tempo nel nostro caso non è più così poiché è la persona del papa stesso (x o y che sia) a determinare il sentire cum ecclesia fino al punto che pure il cosiddetto magistero ordinario non dev'essere confrontato e riconosciuto cattolico o meno (come si avrebbe fatto anticamente in modo diffuso e sistematico) ma semplicemente accettato con ossequio.

Mi si dirà che è il sensus fidei dei fedeli che, dinnanzi alle situazioni più controverse, dovrebbe regolare le persone, la mentalità cattolica, come si dice nel consiglio citato.

In realtà, osservando con molta attenzione e con scrupolosa coscienza mi pare di poter concludere che il rapporto tradizione-autorità sia uno dei più emblematici e contorti nella pratica del mondo cattolico odierno (e non solo da oggi, se si è onesti!). Infatti il "carisma" dello Spirito santo (inteso nel senso più autentico e profondo) è al di sopra delle autorità ecclesiastiche, può riguardare qualsiasi cristiano e non chiede che di essere riconosciuto dalle autorità stesse, non manipolato o alterato autoritativamente! In realtà, sempre più, nel nostro contesto questo "carisma" è equivocato, finisce per essere qualcosa di caotico e contraddittorio ("carisma" sarebbe il movimento di Kiko Arguello ma pure la sensibilità dei tradizionalisti cattolici totalmente contrari ad esso!). Ovvio che allora non è il carisma fondativo della Chiesa che l'ha sostenuta nei secoli, nonostante mille prove, poiché quel carisma era contraddistinto da armonia e comunione, non da difformità litigiosa e contrastante! Inevitabilmente si finisce, allora, per affidarsi all'autorità per se stessa. Quest'affidamento sancisce una volta per tutte la priorità del diritto canonico sulla spiritualità, ridotta troppo spesso ad un fantasma in cui si esprimono unicamente istanze sociologiche o psicologiche. Ed eccoci in pieno antropocentrismo ecclesiale!
 

Se è vero che l'autorità, a sua volta, cerca di conformarsi ad una generica tradizione per rivendicare la sua autenticità, è pur vero che è  l'autorità nel cattolicesimo a fare la tradizione. E questo da secoli.

Non a caso Giovanni XXIII osò dire che "la novità di oggi (promossa dall'autorità ecclesiastica) sarà la tradizione di domani". Non lo disse tanto nei riguardi di una novità carismatica riconosciuta come opera dello Spirito nel corpo ecclesiale, quanto come una novità pensata e imposta dall'alto, dall'autorità stessa. E lo disse a quanti, ancora, gli ricordavano che l'autorità deve conformarsi alla tradizione ...

Se allora era così figuriamoci oggi, in cui è in espansione un vero e proprio culto della personalità, in cui una cosa finisce per essere "buona" solo e unicamente perché promossa dall'alto.

In definitiva: il consiglio sopra citato è ottimo ma mi sembra che, in un contesto in cui tutto è stato rovesciato, viene reso all'atto pratico totalmente impotente ...


Al contrario, in Oriente, la Chiesa a livello monastico e popolare resiste dinnanzi ai reiterati tentativi di autoritarismo da parte di qualche patriarca. Lì esiste ancora la possibilità di confrontare se l'autorità è conforme o meno alla tradizione, finanto che pressioni esterne alla Chiesa, servendosi di chierici influenti, non rovescino le cose, iniziando dapprima a combattere il monachesimo depositario della memoria storica, della spiritualità e della tradizione antica (storia che è accaduta già in Occidente diversi secoli fa) ... 

martedì 9 agosto 2016

Simbolo e allegoria...

Ho da un po' di tempo un libro che mi fu prestato da un sacerdote cattolico, ora canonico confessore di una Cattedrale, sulla divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo. Questo sacerdote è sempre stato un grande estimatore del mondo ortodosso e, mi ricordo, mi presentò questo libbricino come se fosse un gran tesoro. In realtà il libro non è gran che ed è per certi versi pure criticabile, poiché è stato fatto in modo molto sommario. Tuttavia non è del libro che voglio parlare ma di questo prete. Costui ha studiato con scrupolo ogni pagina della pubblicazione, sottolineando alcune frasi che riteneva significative. Non è una persona sguarnita intellettualmente poiché ha alle spalle un dottorato universitario il che rende più pesante ogni suo eventuale errore.
Alcune volte egli ha riportato piccoli appunti sul bordo. Uno di questi ha attratto la mia attenzione. Mentre il testo recita: “L'elevazione del santo pane simboleggia, per san Giovanni Damasceno, l'elevazione del Signore in croce”, il “pio” prete scrive a matita: “allegorismo”.

Una semplice parolina, quasi insignificante, si direbbe.
Eppure tale parolina ha attirato la mia attenzione perché il medesimo “pio prete” che si crede tanto ma tanto vicino all'Ortodossia l'ha scritta più e più volte.
A questo punto ho voluto vederci chiaro.

Cos'è un'allegoria?
L'allegoria è una figura retorica con la quale si sottintende qualcosa, partendo da un determinato contesto. Quanto si sottintende è un'idea astratta. Ad esempio, la lonza, il leone e la lupa, citati nella Divina Commedia di Dante Alighieri, rappresentano la lussuria, la superbia e l'avidità.
L'allegorismo è un uso abbondante dell'allegoria.

Cos'è un simbolo?
Il simbolo si riferisce a qualcosa di reale e concreto che soggiace dietro l'apparenza di una realtà. Per i santi Padri, la liturgia è simbolo della realtà celeste, non è una semplice “idea astratta”, poiché la realtà celeste si manifesta realmente, anche se misteriosamente, dietro le parole e i gesti della Liturgia.



Questo è così vero che san Nicola Cabasilas ha una visione molto realistica della Liturgia, non ne fa un gioco intellettuale, poiché per lui come per tutti i Padri, essa è un luogo di trasformazione spirituale attraverso i simboli presenti che agiscono attivamente.

Se si leggerà qualsiasi altro scritto patristico si troverà lo stesso realismo che nulla ha da spartire con l'intellettualismo o l'astrattismo.


Ora i lettori si chiederanno con me: «Che cavolo ha capito questo “pio” prete che si pensa tanto ma tanto vicino al mondo ortodosso?» Nulla, evidentemente, poiché ridurre ad allegoria quanto per i padri è simbolo, significa rendere la stessa Messa, che lui celebrerà, a semplice giochino di parole e di idee. E se questo “pio” sacerdote è uno dei meglio disposti, verso le antiche liturgie e verso l'Oriente cristiano, proviamo ad immaginarci cosa saranno gli altri, privi della sua cultura e della sua disposizione d'animo! Non è che, dietro la parola “allegorismo” questa gente coltivi, senza averne profonda coscienza, una vera e propria miscredenza? È il mio forte sospetto, dal momento che usare il termine "allegorismo", nonostante nel testo si parli chiaramente di "simbologia", significa ridurre il realismo della fede a mera idea!! La liturgia, per questo prete è una raccolta di idee, ossia è un allegorismo, che ne abbia piena coscienza o no.

Purtroppo oramai gran parte del mondo cattolico è nello sbando totale ed è bene stare molto ma molto attenti da esso poiché, come abbiamo visto, con una sola parolina è in grado di smontare totalmente l'impianto di vigorosa fede che un tempo antico la Chiesa aveva ....